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	<title>Le Madie</title>
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		<name>Frank</name>
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	<copyright>Copyright 2010, Frank</copyright>
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		<title>Il cervello delle donne</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/Cervello(2).jpg" width="400" height="340" border="0" alt="" /> <br /><br />Pare che il cervello della donna sia <b>MULTITASK</b>, sia cioè capace di programmare ed attivare più azioni contemporaneamente. E sin qui non c’è nulla di nuovo sotto il sole: è quotidiana e acclarata la destrezza, squisitamente femmina, nell’affrontare ruoli - che ora si accavallano, ora si accostano e si avvicendano - di mamma, lavoratrice e casalinga.  <br /><br />Ciò che, non fa scalpore, ma desta ancora curiosità e una stuporosa ammirazione perchè insolito, è vedere la donna cimentarsi in settori prerogativa degli uomini, come ad esempio la disciplina del judo. E non è solo una tradizione atavica a sostenere tale prerogativa, ma anche un cliché, duro a morire in una sua accezione negativa, di donna perdutamente romantica e, quindi, incapace di vedere e gestire la realtà che le si para davanti.  <br /><br />Se il suddetto cliché è abbondantemente smentito da quel cervello multitask, promotore di un agire attivo e fattivo, la tensione al romanticismo c’è ancora tutta: come non leggerla nel volto dolcissimo di Giusi Macri, medaglia d’oro all’ultimo Torneo internazionale di judo, tenutosi ad Zagabria il 6 marzo scorso.<br />Certo, non è stata la sua dolcezza a mandare sul tappeto le judoka che ha affrontato prima di salire sul podio.<br /><br />Superiori a lei in altezza e stazza, Giusi ha dominato i quattro incontri – le avversarie erano rispettivamente belga, slovena e bulgara - attivando l’esperienza e la tecnica acquisite da allenamenti estenuanti: con l’agilità di un’anguilla sgusciava da morse pericolose e, veloce, sorprendeva l’avversaria con contrattacchi che, repentini e oculati, andavano a segno.<br /><br /> <object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/X3X4rAFa8GY&hl=it_IT&fs=1&"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/X3X4rAFa8GY&hl=it_IT&fs=1&" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object><br /><br />L’ultimo incontro che decretava il primo posto, è stato preceduto dalla sfilata dei rappresentanti di tutte le Nazioni che partecipavano al torneo, ed è stato giocato praticamente ‘in casa’ contro un’altra connazionale, ex campionessa italiana ed europea. <br />Ha vinto lei, Giusi, e dire che era la sua prima esperienza in un grosso torneo internazionale come la Top Level, rinomato per i calibri da novanta che ogni anno annovera tra gli agonisti che vi partecipano. <br /><br /> <object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/gXDSybwIu-I&hl=it_IT&fs=1&"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/gXDSybwIu-I&hl=it_IT&fs=1&" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object><br /><br />Grazie Giusi ! Se è vero che dietro tanta bravura c’è, comunque, la cura sagace del tuo tecnico – su cui, per ovvi motivi di &quot;moglianza&quot;, non posso dilungarmi – sarà anche vero che doti come coraggio, intraprendenza, voglia di vincere sono conquiste che ognuno raggiunge da solo, ma ad una donna, <i>ancora</i>, spetta faticare di più. <br /><br />Grazie perché quei traguardi a cui tutte ambiamo, profumano e profumano intensamente il vento di oggi, giorno delle donne.<br /><br />AC<br /><br /> <object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/NWF-aQLg1c0&hl=it_IT&fs=1&"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/NWF-aQLg1c0&hl=it_IT&fs=1&" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object><br />]]></content>
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		<title>Crotone - Laboratorio IL FILO ROSSO del 5.3.2010</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/pBoAYj2OPqU&hl=it_IT&fs=1&"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/pBoAYj2OPqU&hl=it_IT&fs=1&" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object><br /><br />Mi frulla in testa la poesia di Whitman… intensi, struggenti, versi che raccontano lo spazio luminoso che può occupare in noi una personalità carismatica, di quelle che spianano monti lasciandoti intravedere quanto ampio possa essere l’orizzonte di questa vita, e quale la strada per incamminarsi e raggiungerlo. <br /><br /><i>O Capitano! Mio Capitano !... un giorno fosti mito, oggi traccia sfavillante.<br />Bagliore di stella polare m’accompagni ancora.<br />Beata quella Stella !<br />Beato il cielo che schiarisce al tuo sorriso…</i><br /><br />In cinque abbiamo commentato:<br /><br />- Flatlandia di E.A. Abbott<br />- O Capitano! Mio Capitano! di W. Whitman<br />- Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di R. Pirsig<br />- Vanità di G. Ungaretti<br />]]></content>
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		<title>&lt;i&gt;Crotone Roma in meno di un&amp;#039;ora&lt;/i&gt; - Racconto</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/Aereo.jpg" width="470" height="300" border="0" alt="" /> <br /><br />Sono le quattro del pomeriggio, devo fare ancora la barba, una doccia e preparare la valigia. No, in fin dei conti al bagaglio ci pensa mia madre; io devo solamente fingere di ascoltare dove mette la roba. Abbiamo ripetuto questo gioco due volte al mese, il lunedì mattina, quando prendevo il pullman per andare a Cosenza da universitario. <br />Credo che questo gioco le piaccia: si diverte ogni volta a cercare una nuova soluzione: le mutande non sono mai dove le hai trovate due settimane prima, soltanto l&#039;accappatoio sta sempre in fondo, così che quando abbisogna scompiglia ogni cosa, vanificando quell’ordine che sa tanto di mamma e di cura. In alto ci stanno tutti i <i>preziosi</i> dal paese: salsicce, un buon vinello e vasetti pieni di olive schiacciate. Ma oggi è diverso, non devo andare all’università, ho finito di studiare. Oggi parto per Roma a cercare un lavoro.  <br /><br />Mamma ha gli occhi lucidi. Mi fa preoccupare, e dire che io son già spaventato di mio, solo che non lo voglio dare a vedere. E poi Roma a te è sempre piaciuta, da quando eri una ragazzina in collegio nella capitale. Ma quelli forse erano altri tempi e tu hai vissuto davvero la città dei grandi registi, i tuoi ricordi sono pellicole in bianco e nero. Piuttosto ora chi me li lava i calzini, chi mi stira la camicia nuova,  chi mi aggiusta i capelli prima di uscire il sabato sera? Son diventato un <i>ometto</i>, devo cominciare a fare tutto da solo. Peccato che non mi hai mai spiegato come si usa la lavatrice: troppi bottoni, senza neanche un manuale da leggere, come credi che se la possa cavare un ingegnere? Potrei andare in pallone mentre provo a selezionare il programma <i>intelligente</i> che riconosce il bucato.<br /><br />Mamma, hai messo la cravatta? Quella glicine, mi raccomando, che sul vestito fa un figurone. Se vuoi scatto una foto prima del colloquio, magari porta fortuna. Una prima e una dopo, se tutto va bene. Il colloquio è all&#039;Eur, vicino allo zoo dove mi portavi quando ero bambino. Se ho tempo potrei provare a passare, speriamo non piova, sarebbe una sciagura per il mio cappottino.<br /><br />Suona il citofono, è arrivato papà, è il momento di andare. Sì, tranquilla, ti chiamo quando arrivo. Tu salutami zia questa sera e le bambine. Sono le 17.30 adesso. Poco male, l&#039;aeroporto dista solo un quarto d&#039;ora. Un viaggio in grande stile, vado in aereo, del resto sarebbe ridicolo partire alla conquista del mondo con un gommone. C&#039;è un po&#039; di traffico sulla strada, colpa di un trattore che rallenta la circolazione; faccio notare a mio padre quanto siano grandi le ruote, quasi quanto il divano di casa. E come si sposta da terra questo mausoleo? Non lo invidio affatto, anzi forse è il contrario. Io oggi sono leggero, oggi voglio volare. Tutto sommato arrivo puntuale per il check-in. Sono il primo della fila insieme a papà, che oggi mi fa da Virgilio.<br /><br />Sembra più felice di me, è facile leggere i suoi pensieri: «Mio figlio domani va incontro alla vita, mio figlio domani va a lavorare». Lo prendo in giro, poi gli chiedo se non abbia qualche commissione da sbrigare. In realtà spero il contrario. Ho 28 anni e ho paura, e papà è qui. Come il primo giorno di scuola, sembra che anche adesso mi tenga la mano. Lui se la ride, e mi racconta questa e quella esperienza di quando era giovane e si era appena trasferito a Crotone. Alcune storielle le conosco a memoria, ma in questo momento sono un toccasana. Finito con i bagagli, cerco con la coda dell&#039;occhio un&#039;indicazione. Devo trovare un bagno, prima che la mia incontinenza elabori un tentativo di fuga. <br /><br />Trascorriamo così dieci minuti a parlare, l&#039;aeroporto di Sant&#039;Anna è piccolo, ma accogliente. Da fuori sembra un prefabbricato: ricorda tanto quelli che costruivo anni fa con i LEGO, riprodotto in larga scala. Perché proprio adesso mi son venuti in mente i mattoncini colorati? Perché oggi pomeriggio mi sento così... bambino? Perché ricordo il primo giorno di scuola? C&#039;era sempre il babbo al mio fianco a tenermi lo zainetto. Lui aveva la stessa espressione, lo stesso sorriso, la stessa soddisfazione. A pensarci bene, i suoi capelli di adesso hanno un altro colore. Papà, ma è così difficile dirti che ti voglio bene? Eppure basterebbe una parola, un cenno per farti capire che sono felice che tu mi faccia compagnia sempre, ieri, oggi, nei giorni a venire.<br /><br />Una voce al microfono ci avvisa che è giunto il momento dell&#039;imbarco. Da qui in poi devo continuare da solo. Nel frattempo però altra gente è arrivata, non ci avevo fatto caso. Prima tappa il metal detector, e da lì poi è facile, c&#039;è un solo aereo. Ci avviciniamo in fila ai controlli di sicurezza. La signorina in divisa ci raccomanda di svuotare le tasche e riporre il contenuto in un cestino. Attenzione alle cinte e agli orologi con il cinturino in metallo, che possono fare impazzire il sensore. Io sono un po&#039; imbarazzato, ma noto che alcuni seguono le istruzioni meccanicamente, quasi per mestiere. Ovviamente con me il metal detector fa il birichino. La signorina mi guarda in faccia, sorride e mi invita a raggiungere la pista. Modestamente ho gli occhi belli e le ragazze finiscono sempre per arrossire. Ho gli occhi azzurri, proprio come mio padre. Mi giro per un ultimo saluto, lo vedo che parla con un signore  e mi indica con la mano.<br /><br /> E finalmente sono di fronte all&#039;aereo. Questo grande musone bianco, il brutto anatroccolo che ha imparato a muovere le ali. La metafora della presunzione dell&#039;uomo che voleva conquistare il cielo. Ben misera consolazione starci dentro. Schiacciati come sardine: allacciate le cinture, <i>o voi che entrate</i>. Almeno ho il posto vicino al finestrino, mi aspetta tanto paesaggio e le luci eterne della capitale. <br /><br />Neanche il tempo di partire che siamo già a Fiumicino. In un&#039;ora puoi attraversare mezza Italia, è eccezionale; si impiega più tempo per l&#039;atterraggio che per il volo. Io avevo portato qualcosa da leggere, ma ho preferito buttare su carta due parole, questa pagina, un istante in cui si è accucciata tutta la mia vita.<br /><br />Federico Cerminara]]></content>
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		<issued>2010-03-04T00:00:00Z</issued>
		<modified>2010-03-04T00:00:00Z</modified>
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		<title>&lt;i&gt;STORIA DI UN SORRISO&lt;/i&gt; - Racconto</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img src="images/smiletiziana.jpg" width="500" height="375" border="0" alt="" /><br /><br />Questa storia inizia con un sorriso.  È così che ho conosciuto Irene: con un sorriso. Quando lei sorride lo fa con il cuore e il suo sguardo si accende di una strana luce. Se è vero che gli occhi di ogni persona son specchio di paesaggi futuri, io vorrei poter vedere il mondo con i suoi occhi, con quello sguardo che brilla e sembra parlare. Un sorriso che non la abbandona nemmeno quando pronuncia parole come `cancro&quot; o &quot;dolore&quot;... Riesce a sorridere ovunque, anche sul lettino di una sala operatoria. Riesce a sorridere a chiunque, anche a chi non ha avuto rispetto della sua sofferenza.  <br /><br />La sua storia Irene me la racconta una sera d&#039;estate, al tramonto, appoggiata alla ringhiera di un balcone, mentre cura i suoi fiori, che riempiono l&#039;aria con intensi profumi. È una storia fatta di ospedali, di medici ed interventi chirurgici. Un lungo calvario iniziato con le parole &quot;tumore alla tiroide&quot;, proseguito con due delicatissimi interventi, e che non potrà mai concludersi perché sarà sottoposta periodicamente a dei cicli di radioterapia: bombarderanno il suo corpo con dosi massicce di iodio per eliminare ogni possibile residuo del carcinoma che lo aveva aggredito. Mentre Irene descrive la sua odissea, io la osservo stupita dalla sua serenità, dalla sua calma. Certo, si vede chiaramente che ha sofferto molto e che tuttora soffre: ma i suoi occhi e le sue parole mi fanno capire che lei ha vinto e continua a vincere il suo dolore, forse perché lo ha accettato fiduciosa, credendo fermamente che: &quot;Ci deve essere un motivo se tutto questo è accaduto, anche se io ancora non riesco a capire&quot;.  <br /><br /><br />Le chiedo se in tutto questo tempo, non si sia mai sentita sola. Mi guarda con aria sorpresa: &quot;Sola? No, mai: c&#039;era Dio accanto a me&quot;. E prosegue: &quot;Il giorno del primo intervento, aspettando gli infermieri che mi avrebbero condotto in sala operatoria, mi sono presa un attimo solo per me. Seduta di fronte ad un crocifisso, nell&#039;atrio dell&#039;ospedale, non ho potuto fare altro che affidare la mia vita a Dio: solo Lui poteva sapere cosa sarebbe stato meglio per me... Da allora, ogni giorno ripeto quella stessa preghiera&quot;.<br /><br />&quot;Ma non hai mai pensato che saresti potuta... Si, insomma, che...&quot;. <br />Irene nota il mio imbarazzo e completa lei stessa la frase. <br />“… Che sarei potuta morire? Sì, certo che ci ho pensato. Anzi, al principio l&#039;idea della morte mi ha assalito: se prima era solo un pensiero, qualcosa di astratto e lontano, la malattia ha dato alla morte uno spessore, una forma concreta. La potevo toccare con mano, come facevo con le medicine; la potevo vedere dipinta negli occhi ansiosi e preoccupati di amici e parenti; ne potevo persino sentire l’odore, mischiato a quello inconfondibile del disinfettante che ancora oggi mi procura un forte senso di nausea ogni volta che entro in un ospedale. E ho avuto paura, tanta paura. Ma se mi fossi arresa alla paura, non avrei concluso niente. Il cancro non è un ostacolo che puoi aggirare: o lo vinci... O ti vince. E la vita è un bene prezioso, da difendere con ogni mezzo; la vita è un dono.”<br /><br />Le chiedo ancora cosa le mancasse di più in ospedale. Irene guarda lontano, verso il mare, oltre i tetti delle case, tinti dai colori tenui del tramonto, oltre il piccolo campanile della chiesa del paese e poi sospira dicendo: &quot;Tutto questo... il mio paese, la mia gente, i problemi di ogni giorno e gli amici... A volte mi assaliva il pensiero che avrei potuto anche non rivederli mai più; altre volte, invece, mi chiedevo cosa avrei trovato al mio ritorno.<br />Perché il cancro non fa paura solo a chi ne è vittima, ma anche a chi gli sta accanto. I miei amici... Sì, c&#039;è voluto del tempo, ma poi è andato tutto per il meglio, e non è trascorso giorno, mentre ero in ospedale, in cui non abbia ricevuto visite e telefonate.&quot;<br /><br />Guardo Irene con ammirazione e affermo che non so cosa darei per avere il suo coraggio. Lei stringe le spalle, guardando sempre verso l&#039;orizzonte, e pensosa ribatte: &quot;Non credo che si tratti di coraggio, ma piuttosto penso che Dio non mi caricherà mai sulle spalle una croce il cui peso io non possa sopportare. È vero che le esperienze dolorose sono quelle che ti segnano più profondamente, ma sono anche quelle da cui più impari&quot;.<br /><br />Mentre Irene racconta, le sue parole e il suo sguardo mi rivelano un&#039;instancabile voglia di vivere e di sperare nei giorni che verranno, ed è come se fosse tornata bambina: i suoi occhi si incantano stupiti anche di fronte ad un semplice fiore, riuscendo a cogliere quanto di miracoloso c&#039;è nel suo sbocciare. Irene ha sempre amato la vita, e in questi anni ha dato a questo amore un senso concreto, affrontando in suo nome la malattia e la sofferenza, determinata a non sprecare il &quot;dono&quot; ricevuto. Forse è proprio questo il motivo per cui tutto ciò le è successo; o forse Irene e la sua storia devono insegnare a me, e a tanti altri, che quando si ama la vita, si può affrontare - e persino vincere - un tumore con un semplice sorriso, purché esso sia, come quello d&#039;Irene, un segno di speranza.<br /><br /> Tiziana Albanese<br />]]></content>
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		<modified>2010-03-01T00:00:00Z</modified>
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		<title>Un plauso e un grazie ai Lions di Crotone </title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry100226-084544" />
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/lions.jpg" width="268" height="250" border="0" alt="" /> <br /><br />Si è tenuto sabato 20 febbraio 2010, nell&#039;auditorium &quot;Sandro Pertini&quot; di Crotone, un incontro dibattito organizzato dal Lions Club &quot;Crotone Host&quot; sul tema:  <b>IL PRESENTE DEI GIOVANI tra memorie e prospettive</b>.<br /> Relatori sono stati il Prof. Filippo Calamoneri, Direttore della Clinica di Neuropschiatria Infantile dell&#039;Università di Messina e il Dott. Renato Cortese, Dirigente della Squadra Mobile di Reggio Calabria, moderatore il Dott. Salvatore Bagalà, VicePresidente Lions Club Crotone Host.<br /><br />Efficace e interessante è stata l&#039;intuizione con cui il Prof. Calamoneri ha introdotto il suo intervento. Gli adulti non possono parlare ai giovani e coniugare passato e futuro senza parlare di sé. Il passaggio da una generazione all&#039;altra avviene con un momento di contestazione e di rottura senza il quale non ci sarebbe sviluppo. In questo delicato momento, ha sottolineato il relatore, in cui avviene il passaggio del testimone tra gli adulti e la contestazione giovanile, è necessario che il modello che viene offerto loro sia certo, sia modello di un modo di vivere, di un modo di essere.  <br /><br />Dinanzi ad un modello certo i giovani contestano il vecchio, propongono il nuovo e danno vita allo sviluppo. A mio avviso è molto importante cogliere questa analisi del significato e del ruolo della contestazione giovanile, affinché i giovani prendano coscienza e si sentano responsabili e protagonisti del cambio generazionale e non corrano il rischio di essere trascinati come un &quot;gregge&quot; in un&#039;arida ribellione.<br /><br />La generazione che ha vissuto due guerre mondiali, ha precisato il Prof. Calamoneri, non è rimasta disorientata, è risorta dalle macerie  grazie ai valori stabili che in essa erano ben radicati. La generazione adulta di oggi, invece, ha vissuto paradossalmente più sconvolgimenti, perché è passata da una fase politica ideologica ad una visione pragmatica. E&#039; stata costretta a rivedere tutti i suoi parametri e questo ha reso gli adulti più deboli di fronte ai giovani e poco sicuri anche nel loro ruolo di genitori.<br />L&#039;assenza di un modello inchioda gli adulti ed essi cercano di sopperire a questa grave deficienza assicurando ai giovani benessere e regole.<br /><br />Dalla disamina del Prof. Calamoneri emerge un altro aspetto fondamentale nel rapporto intergenerazionale: la difficoltà di trasmettere la propria storia.<br />Gli adulti, infatti, non raccontano le loro esperienze così come si sono generate, con gli errori commessi e trasmettono ai giovani senza averle comprese tre cose:<br />-	il crollo delle ideologie<br />-	 la globalizzazione <br />-	i problemi relativi all&#039;informazione e alla comunicazione. <br /><br />Il vuoto delle ideologie non è colmato con un sistema di valori che sia modello certo; la globalizzazione non compresa dagli adulti, viene consegnata alla nuova generazione senza un modello di gestione e senza avere una soluzione anche sulla globalizzazione dell&#039;informazione e delle culture; gli adulti infine non sono capaci di confrontarsi, con i giovani e con se stessi, sui limiti dell&#039;informazione.<br /><br />Il problema consiste nell&#039;individuare il percorso che ci consenta di trovare il metodo del significato dell&#039;informazione, poiché l&#039;informazione non è neutra.<br />La comunicazione vive un momento di crisi perché oggi c&#039;è voglia di comunicare, ma c&#039;è difficoltà a dare contenuti e facebook ne è una prova.<br /><br />Pienamente condivisibile è stata la conclusione dell&#039;intervento del Prof.  Calamoneri il quale ha esortato gli adulti ad essere capaci di raccontare se stessi e di farsi conoscere, e i giovani ad avere più curiosità sulla storia dei loro genitori, perché solo così si sarà capaci di costruire insieme.<br />L&#039;intervento del Dott. Cortese ha focalizzato l&#039;attenzione sul ruolo che hanno i cittadini perché sussistano nella società la democrazia e la libertà economica.<br />Bisogna combattere la convinzione che solo l&#039;attività poliziesca sconfigge la criminalità, perché senza la collaborazione della gente e la mentalità della legalità non si ottengono cambiamenti radicali e la società non migliora. E&#039; importante che si sensibilizzi nel profondo, che si faccia strada nelle coscienze il senso di appartenenza e non si sottovaluti la &quot;zona grigia&quot; delle organizzazioni criminali che propone scorciatoie e facili guadagni. I giovani devono essere consapevoli che una vita sana è fondata sull&#039;osservanza delle regole e sul rapporto inscindibile tra doveri e diritti.<br /><br />Dopo le relazioni gli interventi dei giovani sono stati pertinenti ed incisivi e ad essi il Prof. Calamoneri ha risposto precisando che non si deve pensare ai giovani come <br />persone da cambiare; essi sono molto sani anche quando fanno cose strane e, a differenza degli adulti, sono intransigenti e schietti.<br /><br />Le conclusioni, affidate alla Dr.ssa Maria Luisa Mingrone, Presidente del Tribunale di Crotone, hanno trasmesso tanto entusiasmo e sono state condivise dai giovani con ripetuti applausi. L&#039;argomento, ha sottolineato, mette in crisi l&#039;adulto, ci cala in una realtà che è il presente nella quale è fondamentale la memoria del passato. <br />La scuola ha il compito di dare ai giovani le logiche storiche per capire il passato. Infatti, quale percezione ha del presente il giovane che è senza storia e non ha la concezione del tempo? <br /><br />Ricostruire la consapevolezza della propria identità è importante perché questo ci permette di pensare che il tempo non è sprecato, che deve essere vissuto nella proiezione di un progetto di vita in cui si deve credere. <br /><br />Un invito particolare è stato rivolto alla scuola, responsabile della formazione dei giovani e chiamata ad assumere in tutti, giovani e adulti, la consuetudine alla legalità.<br />C&#039;è bisogno di chiarezza, rigore e coerenza. La scuola inoltre deve stare vicina ai giovani, ha il dovere di insegnare loro a rispettare i valori della dignità della persona e a questo proposito sarebbe utile istituire un consultorio scolastico contro il bullismo che dia loro forza e speranza a quanti lo subiscono, di denunciare questa forma di violenza.<br />E&#039; importante non perdere mai di vista che la cura del recupero della dignità dell&#039;individuo passa attraverso l&#039;idea che la regola è per tutti.<br /><br />Il giudizio su questo incontro dibattito non può che essere molto positivo e il motivo dell&#039;attenzione, della condivisione e dell&#039;apprezzamento da parte dei giovani è da ricercarsi nel modo nuovo con cui gli adulti si sono confrontati con essi. I giovani non hanno avuto di fronte &quot;maestri&quot; pronti a bacchettarli, ma adulti che, senza ipocrisia, hanno cercato di far capire loro che le due generazioni devono parlarsi, ascoltarsi, conoscersi e intrecciarsi per costruire il futuro. <br />E questo i giovani lo hanno capito e apprezzato.<br /><br />Rina Zanghì<br />]]></content>
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		<title>Crotone - Laboratorio di Lettura del 21.2.2010</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry100223-203117" />
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/3l.JPG" width="512" height="384" border="0" alt="" /> <br /><br />La letteratura esprime un oltre, un attraversamento, una volontà di trovare l&#039;essenza che superi le stesse parole. Per leggere la letteratura bisogna perciò attraversare la parola per definirla, senza ingabbiarla. &quot;Oltre&quot; in letteratura è un andare aldilà del finito.<br /><br />È attraversare l&#039;Amore dei poeti per dare un altro nome all’Amore, è andare aldilà dell&#039;azione civile e politica o della mera rappresentazione della realtà, aldilà dell&#039;inganno che sta dietro le nostre spalle. E ci si accorge quindi che le parole stanno strette alle definizioni come vestiti che ci co-stringono.   <br /><br />C&#039;è un oltre che ci aspetta ed è la verità pura e soggettiva, quell’esperienza della parola che ti fa nuovo, una riscoperta che rinnova la vita e i giorni e ridona il senso e il significato che mancava. <br /><br />  <img src="images/1l.JPG" width="512" height="384" border="0" alt="" /> <br /><br />In sette sono stati vissuti i seguenti brani: <br /><br />- Gustavo Adolfo Bécquer, Rima numero 29<br />- Pedro Salinas, La voce a te dovuta, cantica n° 39<br />- Elio e le storie tese, La terra dei cachi<br />- Simone Cristicchi, Meno male che<br />- Eugenio Montale, Forse un mattino <br />- Gabriele D&#039;Annunzio, L&#039;alba separa dalla luce l&#039;ombra<br />]]></content>
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		<issued>2010-02-23T00:00:00Z</issued>
		<modified>2010-02-23T00:00:00Z</modified>
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		<title>&lt;i&gt;IL BURKA E SANREMO&lt;/i&gt;</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry100221-082433" />
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/burka2.jpg" width="210" height="194" border="0" alt="" /> <img src="images/sanremo2.jpg" width="211" height="148" border="0" alt="" /> <br /><br />Non ho seguito il festival di Sanremo, se non attraverso commenti e video del giorno dopo: ne ho visti tanti di festival in passato che mi sembra azzardato definirlo, come tanti, il &#039;termometro&#039; dell&#039;Italia, tant&#039;è che gli Italiani, POI, gettonano le canzoni che, guarda caso, non sono state le vincitrici. <br /><br />Quest&#039;anno si è voluto &#039;beatificare&#039; – e sempre per rito CATODICO - una canzone, &quot;Io amo l&#039;Italia&quot;, dal significato, per alcuni versi, importante, per altri discutibile. Rivendicare un’identità nazionale, seppure attraverso una canzone, è legittimo; farlo in modo che si traccino e si rimarchino confini e si eludano i ponti col resto del genere umano, sottolineare i profili e non le somiglianze col resto del mondo, è da potenziali razzisti.   <br /><br />E, comunque, nel testo ci sono parole così importanti, così impegnative, così cariche di significati da implicarne altri, che, prima di essere pronunziate, richiederebbero dei preventivi gargarismi: ecco perché non possono essere usate da chicchessia o in ogni dove, senza rasentare la blasfemia o comunque un senso di fastidio. <br /><br />Gli antichi Greci sconoscevano probabilmente i gargarismi ma parlavano di velo che, a quei tempi, svolgeva un compito molto importante. La verità era denominata <b>aleteia</b>: disvelamento. Una sorta di burka avvolgeva la verità, nascosta a quanti non sono preparati ad accoglierla – si pensi che i discepoli di Pitagora osservavano un silenzio e un ascolto di 5 anni, prima di poter vedere e ascoltare il Maestro -, e protetta dai malintenzionati.<br /> <br />Malintenzionati ?... E quali intenzioni malevoli potrebbe mettere in atto chi si accosta al vero ?<br />La risposta è semplice: qualcuno potrebbe usarlo e manipolarlo per scopi che di nobile hanno ben poco: “Conoscere è potere” sentenziava Bacone, e non è detto che chi esercita il potere sia sempre animato da buone intenzioni. <br /><br />Che la verità, poi, si possa solo sfiorare e non possederla, accostarla e non contemplarla, è cosa risaputa. Lo <b>splendor veritatis</b> è luce intensa, così intensa che incenerisce quanti la osservano. Nell’antica mitologia è indicativo un racconto: Era, sorella e moglie di Zeus, gelosa, suggerì a Semele, la mortale di cui il dio si era innamorato, di chiedere a Zeus di svelarle il suo volto. Era sapeva bene che, essendo Semele una mortale, non avrebbe potuto reggere allo splendore divino. Così Zeus si palesò a Semele e questa restò incenerita.  <br /><br />Come discernere, allora, il latore di scintille di verità - che insieme a quella, ne palesa l’insito valore - dal cialtrone che le usa e ne abusa e solo in prospettiva di un tornaconto personale a cui veicola e strumentalizza ogni cosa?<br /><br />La parola - anche quella musicata - incanta, la parola ferisce, la parola convince. Lo sa bene lo spasimante che mette in campo tutto il suo ventaglio di vocaboli per sedurre l’amata, così come sa bene che solo la “parola innamorata” è capace di persuadere. <br />Ma la parola sa anche FINGERE. <br />Ecco perché Socrate riteneva che l’oggetto ultimo dell’amore è sempre la verità: non basta, quindi, che la parola sia innamorata e persuasiva, questa necessita di un altro attributo: è necessario che sia parola <b>RESPONSABILE</b> perché sia vera e veramente innamorata. <br /><br />E’ facile capire la portata di questo concetto se si risale all’etimo: è parola responsabile quella parola che è in grado di rispondere – perché già in passato “ha risposto” - di ciò che promette ed enuncia, che si impegna in ciò che dice e sa rendere ragione di sé, anche e soprattutto a costo di sacrificio e rinunce. <br /><br />Se la coerenza è tensione a cui ambisce ogni pensiero - che, essendo un’astrazione della mente, tende ad una specifica consistenza: l’azione correlata – l’agire conforme al pensiero è l’unica cartina di tornasole che dà al pensiero/parola/scintillio di verità, l’imprimatur di autentico e sincero. <br /><br />Che l’incoerenza, ahimè, sia da ascrivere tra le fragilità umane, è indubbio - scagli la pietra più aguzza chi, nonostante i buoni propositi, non si sia, peraltro inconsapevolmente, contraddetto nel suo agire. Eppure è tra questi due poli, coerenza e incoerenza, che l’uomo si gioca la sua dignità di essere umano (...ma non diciamolo al cialtrone: potrebbe rimanere incenerito !).<br /><br />AC<br /><br />]]></content>
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		<issued>2010-02-21T00:00:00Z</issued>
		<modified>2010-02-21T00:00:00Z</modified>
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		<title>Crotone - Lab. di lettura On the road del 18.2.2010</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<i>C’è un momento in cui provi a sentire qualcosa, magari ti viene l’ispirazione, un’idea, ma non ci riesci, non riesci a sentire niente, e poi capisci che non c’è silenzio, c’è troppo rumore, e non senti niente.</i><br /><br />Ecco, un laboratorio di lettura è il luogo dove - nonostante i ‘rumori’ siano tanti - riesci a recuperare le dimensioni del silenzio, e quello che trovi, e ascolti, sono comunque parole seducenti perché ti rimandano la tua voce più intima...<br /><br />Se poi ci aggiungi l’atmosfera di un’accogliente e piccola casetta e il sorriso delle persone che ami, si accende l’incanto.<br /><br />In sei abbiamo letto e commentato<br /><br />- Davide e il lupo di Francesco Marino<br />- Sulla porta dal blog di Denjci Niccolai<br />- L’anima di Alda Merini<br />- Racconto di Mahatma Gandhi<br />]]></content>
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		<issued>2010-02-19T00:00:00Z</issued>
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		<title>&lt;center&gt;&lt;i&gt;ASPETTANDO SAN VALENTINO...&lt;/i&gt;&lt;/center&gt;</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry100214-100912" />
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/PICT1357.JPG" width="512" height="384" border="0" alt="" /> <br /><br />È il titolo del workshop svoltosi nel corso di una serata di gala organizzata dall’Associazione culturale Le Madie - Cutro, Crotone, federata Bombacarta.<br /><br />Bella gente, serata all’insegna dell’eleganza, ma soprattutto gran bella atmosfera, di quelle che si costruiscono piano piano, in punta di piedi e, come per incanto, avviluppano guidando per mano a dimensioni alte, familiari, ma da tempo nascoste, tanto che si temevano perse. Ed ecco che un verso, una melodia o una risata accendono, ad una ad una, piccole e intime scintille e poi... è tutto un fascio di luci che pervade.   <br /><br />Certo, noi delle Madie abbiamo confidato molto nell’accoglienza della platea – che c’è stata tutta ! -  e in quel po’ di esperienza che l’Associazione ha racimolato nel corso di questi quattro anni di attività che ha da poco iniziato il quinto. Sarebbe troppo autoreferenziale illustrare il lavoro presentato, perciò lasciamo spazio alle immagini del servizio fotografico che riportiamo nel sito indicato alla fine, in attesa che sia disponibile il filmato. <br /><br />Mi si perdoni, prima, una piccola digressione: personalmente non credo che esista un volontariato che sia avulso da un tornaconto personale, ma se il compenso che ci si prefigge ha come traguardo essenziale il compiacimento nel volto dell’altro per quanto riceve, sarà facile leggere, e a caratteri cubitali, la nobiltà di iniziative del genere e come ogni fatica, affrontata e sostenuta per quel risultato, si sciolga poi in un &quot;...ne è valsa la pena !”.<br /><br />AC<br /><br />FOTO : <a href="http://picasaweb.google.com/104650500681267703317/ASPETTANDOSANVALENTINO#" target="_blank" >http://picasaweb.google.com/10465050068 ... VALENTINO#</a><br />]]></content>
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		<issued>2010-02-14T00:00:00Z</issued>
		<modified>2010-02-14T00:00:00Z</modified>
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		<title>CADERE</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/cadute.jpg" width="450" height="359" border="0" alt="" /> <br /><br />Il tratto comune a tutte le cadute è il passaggio da uno stato “alto” a uno stato “basso”, un movimento che, se anche è orizzontale (immaginiamo quando finiamo per terra “stesi”), è sempre e comunque verticale. Parlare di “cadere” implica in se stesso un rinvio a una altezza, a qualcosa di superiore. Ogni caduta è un richiamo verso una condizione diversa, alta, in genere intesa come quella più propria, più adeguata a noi che cadiamo. Ma anche una mela che cade lo è. Una mela va in basso dignitosamente se è “raccolta”, non se “cade”. Se cade vuol dire che è marcia. E così un libro che “cade” da uno scaffale. Il libro scende in basso dignitosamente se è “preso”, non se cade. Se poi parliamo di movimenti del tutto indifferenti rispetto a una connotazione negativa, allora diciamo che le cose si “spostano” dall’alto verso il basso, e non che “cadono”. Se cadono, come le stelle, questo implica il sentimento della loro caducità, della fine. Dunque: la caduta implica di per sé un rinvio che la trascende. Necessariamente.  <br /><br />Immaginiamo di riprendere una persona che cade con una cinepresa e poi di rivedere la sequenza al ralenti. Che cosa vedremmo? Possiamo immaginare così: una persona che si muove bene e che poi all’improvviso subisce un mutamento radicale di tutti i suoi muscoli, compresi quelli facciali. Se prima tutto era armonico e ordinato, adesso gli occhi si spalancano, le mani si sollevano, la gambe cedono, il corpo comincia a “danzare” un ballo incomprensibile, perdendo un asse centrale attorno al quale tutto ruotava. La persona sembra non avere più un riferimento, un ordine, un senso. Pian piano si accascia e si ritrova per terra senza averlo voluto, con uno sguardo stupefatto e sgomento. Per un attimo il mondo come quella persona lo aveva conosciuto non c’era più.<br /><br />Ma perché si cade? A mio avviso per capire davvero che cosa significa cadere occorre capire le sue motivazioni, il motivo per cui facciamo questa esperienza antropologica: la caduta. Si cade per tre motivi:<br /><br />Il primo è l’inconsistenza. Il caso tipico è quello di una persona affetta da osteoporosi: le sue ossa si sfaldano e per questo può cadere facilmente. La caduta di qualcosa implica il fatto che “non sta in piedi” da sola (oppure che lo può ma solamente con appoggi che poi vengono a mancare). La caduta indica in questo caso una friabilità, una fragilità intrinseca. Ma essa può essere intesa anche come una intrinseca “tenerezza”, che fa appello a una “cura”, che può essere un “sostegno”.<br /><br />Il secondo motivo per cui si cade è la confusione della forma: quando non riusciamo a renderci conto in maniera corretta del luogo in cui siamo e di come questo luogo sia fatto possiamo inciampare, sbattere, fare movimenti falsi e… cadere. In questo caso, allora, si cade non per fragilità intrinseca, ma per mancanza di percezione della forma di ciò che ci circonda. Basta non vedere una mattonella rotta per finire per terra. Si cade quando non si percepisce la forma o la si percepisce in maniera indistinta, falsata. Ma può essere intesa anche come un momento di apprendimento necessario: quando impariamo a camminare necessariamente cadiamo non solamente per capacità muscolare ma perché non sappiamo come mettere i piedi al posto giusto al momento giusto al posto giusto. Dunque si tratterebbe di un momento critico di passaggio che implica una “guida” alla comprensione e all’adattamento, un accompagnamento.<br /><br />Un terzo motivo può essere una spinta: cadiamo se qualcuno ci spinge. Ma, tutto sommato, questa terza causa potrebbe risolversi nella seconda. Infatti non sempre cadiamo se veniamo spinti. Cadiamo perché non riusciamo a fare in tempo a bilanciare la forza della spinta in relazione al posto in cui siamo o ci muoviamo.<br /><br />Queste tre cause dicono come l’uomo possa perdere il controllo della sua esistenza senza che ne abbia più il pieno controllo. L’uomo, facendo l’esperienza della caduta, impara l’inconsistenza, la confusione, la passività. Impara che ci può essere una forza che non riesce a dominare e che lo supera. E’ interessante che nel caso di San Paolo, la sua conversione viene immaginata, forzando persino la lettera del racconto biblico, come una caduta da cavallo. Una caduta, dunque. Per convertirsi (metànoia, in greco, cioè “cambiare mente”) è necessario fare i conti con una caduta, con l’esperienza che tutto ciò che sosteneva te e la tua percezione del mondo a un certo momento viene sospesa per far posto a un’altra, o comunque a un rimescolamento dei riferimenti e delle solidità presunte.<br /><br />A questo punto si delinea una possibilità: perché qualcosa “ac-cada” davvero nella vita di una persona o di un personaggio è necessario che ci sia una “caduta”. Un evento “accade” davvero se si relaziona a una ricostruzione della percezione dovuta a una confusione che l’ha appannata, oppure se si relaziona a una fragilità scoperta e sperimentata, oppure se percepisce una spinta, una forza, che sospende gli equilibri precedenti.<br /><br />Un esempio del linguaggio? Come si dice in inglese “innamorarsi”? “To fall in love”, cadere in amore… Si fa esperienza della realtà se questa disabilita il pilota automatico della nostra esistenza. Così a volte, se momentaneo, anche un “vuoto d’aria” può avere un grande valore esistenziale.<br /><br />Antonio Spadaro]]></content>
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		<issued>2010-02-10T00:00:00Z</issued>
		<modified>2010-02-10T00:00:00Z</modified>
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		<title>&lt;i&gt;IL FIGLIO DELLA VIPERA&lt;/I&gt; - RECENSIONE</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/FIGLIO_DELLA_VIPERA.jpg" width="512" height="311" border="0" alt="" /> <br /><br /><b>Giorni fa è stato presentato a Crotone il nuovo libro di Angelina Brasacchio &quot;IL FIGLIO DELLA VIPERA&quot;. Pubblichiamo una breve presentazione attraverso le parole di Nella Mustacchio, Presidente de la Fidapa crotonese.</b>.<br /><br />Carissime amiche FIDAPA, <br /><br />avrei voluto e dovuto essere qui con Voi ma un impegno inderogabile (la nascita in Bologna della mia quarta adorata nipotina Federica) mi tiene lontana da tutti Voi. <br />Anche il racconto che Tu Angela hai “partorito” è, appunto, una nuova nascita, faticosa essa pure ma sicuramente pregna di vita e omaggio alla vita; è il frutto della ragione e del cuore di una donna che si disvela davanti ai suoi lettori mostrando in parte ciò che c’è dietro di lei, le sue radici e quelle di tutti noi calabresi e ancora quello che c’è dentro di lei di ancestrale ed antico ma anche di unico e irripetibile.<br />   <br />Ho letto il lungo racconto in meno di un’ora, tutto d’un fiato; non volevo perderne la magia e poi ero curiosa di sapere come andava a finire questa storia. Una storia che intriga fin dal titolo “il figlio della vipera” titolo fortemente simbolico ed evocativo, quasi una leggenda. La copertina è color verde bosco, manco a dirlo, con al centro un cerchio che racchiude un serpente, esso stesso ripiegato a mò di cerchio; un cerchio nel cerchio quindi, una figura geometrica la più cerebrale di tutte che imprigiona una bestiolina-simbolo la più irrazionale di tutte; ragione e cuore, dicevamo prima, passione e intelletto. Questa è la cifra dell’opera di Angela Brasacchio e chi la conosce come me sa quanto in questa donna la saggezza e il sentimento formino un tutt’uno. <br /><br />Il racconto ruota attorno ai sette-otto coprotagonisti, attorno a loro un gruppo più ampio di personaggi; romannzo corale quindi, dove tutti concorrono a disegnare un affresco della nostra provincia. Affresco mai agiografico o melenso anche nella scrittura ma sempre sobrio e spesso con una vena ironica godibilissima. <br /><br />L’aspirazione al miglioramento delle proprie condizioni di vita o al mantenimento  di ciò che si possiede, della “roba” per dirla col Verga o dello “status” per dirla col Lampedusa sono elemento fondamentale del romanzo, ambientato negli anni ’60, in un territorio dove si specula finanche sulla sciacquatura dei piatti da destinare ai maiali. <br /><br />Il desiderio di evasione e il viaggio in città sono giustificati dalla necessità di cure sanitarie o magari termali e mai fini a se stessi, almeno agli occhi della gente. Perché la gente parla, critica, spia sia che si tratti di povera gente, sias che si tratti di massari, di gente che conta e che sta bene, attenta a non aprire la loro cerchia ai cafoni, a meno che, come nel caso di Lucio questi, tramite matrimonio, si imparentino con i massari stessi.<br /> <br />Fra le donne, la figura che più mi è piaciuta è la “vipera” Coletta che scoprirete leggendo l’opera.<br /> <br />Nella Mustacchio<br /><br />]]></content>
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		<issued>2010-02-07T00:00:00Z</issued>
		<modified>2010-02-07T00:00:00Z</modified>
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		<title>&lt;i&gt;LA FESTA &lt;/i&gt; - RACCONTO</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry100204-143124" />
		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img src="images/lafestainospedale.jpg" width="490" height="368" border="0" alt="" /><br /><br />Dicembre e la città si veste con le luminarie per il Natale. Anna cammina per le vie brillanti di luci del centro ma non partecipa alla festa collettiva. Il suo cuore è angosciato. Ha poco più di quarant’anni e non si può dire che li porti male. Gli ultimi due però sono stati così ricchi di privazioni, di soldi contati e ricontati, di pensieri preoccupati. Alta e sottile, un fisico elegante, un viso bello nonostante la piega delle labbra riveli che non è più un’anima tranquilla. Fino a tre anni fa gestiva un negozio di abbigliamento. Passava le giornate convincendo le sue clienti a farsi più belle, a comprare i suoi vestiti; il culto della bellezza era il suo lavoro. <br /><br />Poi venne una crisi economica, vendeva sempre meno. Pareva che sempre meno donne avessero la possibilità di amarsi, di volersi vedere eleganti e piacenti. Ogni mese era più difficile chiudere i conti in attivo, che quando c’era, era poco. Alla fine, dopo avere cercato di evitare il naufragio economico, dovette arrendersi alle leggi dell’economia cosiddetta “reale”e chiudere bottega.<br /><br />Tredici anni prima aveva sposato Aldo.Un bel ragazzo dapprima e poi un bell’uomo. Lavorava come operaio in una fabbrica chimica Avevano avuto due figli: Elena e Marco, undici e otto anni. Ma quasi insieme ai problemi economici per il negozio erano sorti i problemi anche per l’ industria dove lavorava Aldo. La solita trafila: cassa integrazione, manifestazioni, incontri tra sindacati e parti sociali e infine campane a morto e la chiusura definitiva della fabbrica. Era cominciato per lui il buco nero della disoccupazione, della ricerca di un nuovo lavoro, ossessiva dapprima e poi sempre meno convinta.<br /><br />Anna e Aldo allora hanno finito quel poco che rimaneva loro in banca dopo la chiusura del negozio ma per questo Natale gli rimane ormai pochissimo. Allora Anna ha deciso, che non è più, per lei, il tempo dell’orgoglio: qualunque lavoro, qualunque cosa purché naturalmente onesta. Ha ancora tante amiche dei suoi tempi migliori a cui potrebbe rivolgersi per trovare a chi fare la serva ma sarebbe un sentirsi troppo “umiliata e offesa”, troppo avvilente anche per lei che ormai conosce più il bisogno che l’orgoglio. Ha preferito rivolgersi ad un sacerdote, quello della chiesetta dell’ospedale, e gli ha chiesto di procurarle qualcosa, qualsiasi.<br /><br />Ecco perché, ora di sera, va verso l’ospedale. Avvolta nel suo vecchio cappotto, di buona fattura però, che le è rimasto da quando ha chiuso il negozio. Le vie del centro sono un sfolgorio di luci brillanti, di vetrine abbigliate a festa, di seduzioni invitanti al consumismo. Lei è fuori da tutto questo. La sua famiglia comincia a patire il bisogno del necessario. Perciò il superfluo non le interessa. I bambini: i primi tempi lei e Aldo li avevano tenuti fuori dal loro problemi ma ora,che spesso sono costretti a dire di no alle loro richieste, cominciano a capire. E’ questo che più di tutto la fa soffrire: vedere i suoi figli privarsi, sapere che si sentono diversi dagli altri. Ormai ha bisogno  urgente di soldi, per questo va di sera in ospedale, per fare la “notte” a un vecchio ammalato che è solo.<br /><br />Arriva in ospedale. E’ ancora orario di visite e c’è parecchio via vai. Gente che porta fiori, molti portano grandi buste, alcuni sorridenti, altri vanno veloci. Anna, che pure ha i suoi problemi, non può evitarsi di pensare che dietro ciascun volto che incontra c’è un motivo  per star lì e c’è una storia. Qualcuno forse gioisce per una nascita, a qualcuno si riapre la porta della speranza, ad altri la voragine del dolore. Un luogo in cui la gioia e il pianto si incrociano e si sfiorano nell’atrio o nei corridoi, pensa. Ma almeno dall’amarezza della malattia lei ne è fuori.<br />Giunge al piano del reparto. C’ è molta più calma qui, le luci sono molto più discrete, rassicurano che la notte dovrebbe portare il riposo. Chiede ad un’infermiera che vede dentro un gabbiotto dov’è la stanza del suo “malato” e le mostra il permesso. La donna le risponde con voce decisa, un po’ mascolina ma gentile e le indica la porta. <br /><br />Si avvicina, bussa ma non le pare di sentire risposta da dentro la stanza. Ci riprova, bussa di nuovo e stavolta le sembra di percepire qualcosa. Nell’incertezza decide di entrare. Lo fa e, nella penombra generata da una lampada, intravede il letto , su di esso, sotto il lenzuolo, si staglia un corpo. Esile, minuto.<br />- Buona sera- dice. In quel momento, a trovarsi di fronte a quello sconosciuto, avverte un forte senso d’imbarazzo e di inadeguatezza. L’uomo pian piano gira il volto. Anna vede due occhi chiari, cerulei, -nonostante la poca luce. Occhi intensi ma velati dall’età. Il viso delicato, fine, dai  tratti regolari. Un “signore” le sembra lì per lì.<br /><br />- Buona sera. Ma lei chi è, mi scusi? - chiede il malato.<br />- Sono la donna che è stata chiamata da Don Claudio per accudirla stanotte- risponde Anna.<br />-Ah sì, capisco, i miei figli…- dice il vecchio- La prego, lì c’è una sdraio per lei per stanotte. Scusi ma come la debbo chiamare?”<br />-Anna. Anna ……<br />-Anna. Un nome molto femminile. Io mi chiamo Vittorio…... E’ da molto che fa questo lavoro?<br />-No, questa è la prima volta per me - risponde lei un po’ dubbiosa che questa sia la risposta giusta da darsi.<br />-Scusi la sincerità ma si vede subito che non è il suo lavoro solito. Lei ha una bella voce educata, non ancora indurita.<br />-Ha bisogno di qualcosa subito? -  dice Anna e intanto si toglie il cappotto.<br />-Tranquilla, per il momento non ho bisogno di niente. <br />L’infermiera se ne è andata da poco e mio figlio è venuto a trovarmi oggi. Mi ha portato un po’ di riviste da leggere. Si preoccupa sempre lui che non mi annoi qui in ospedale- E poi guardandola aggiunge - Ma lei è sposata? Ha figli?.<br /><br />Anna sente un senso di fastidio alle domande del malato. Sì d’accordo che ha bisogno di soldi, sì d’accordo che gli farà praticamente da serva stanotte ma la sua vita, chi è lei, non appartiene a questo vecchio che magari chissà è anche è un vizioso. Risponde con un tono di voce non caloroso, limitandosi a dire solo lo stretto necessario.<br />-Sì , sono sposata e ho due bambini.<br />- Perdoni la curiosità - dice Vittorio percependo il disagio di lei - lo chiedevo solo per sapere se lei, come me, sa cosa vuol dire avere figli. Eh le nottate che si fanno quando hanno la febbre! Allora ti senti impazzire. Da piccoli giochi con loro a pallone, li porti al cinema e ti vedono come un Dio. Poi crescono, diventano ragazzi, vogliono fare gli adulti e sembra che quasi si vergognino di te. Non ti conoscono più. Neanche quando sei vecchio veramente ed hai tanto bisogno tu di loro.<br /><br />La voce di Vittorio ha un tremito che mette a disagio Anna. Si sente imbarazzata. E pensa che forse non ha il carattere giusto per questo lavoro. Vittorio non se ne accorge e continua:<br />-Sa, ora sono in pensione da un bel po’ di anni ma da giovane sono stato un ingegnere. Lavoravo per una grossa industria chimica. Col mio lavoro ho girato tutti e cinque i continenti. Ho visto il mondo, razze diverse di uomini, con mentalità opposte. Eppure nonostante tutte le differenze , nonostante tutto, le dico che gli uomini soffrono e gioiscono sempre allo stesso modo.<br />-Allora, se ha girato il mondo, avrà avuto una vita interessante.<br />-Sì ,bella vita la mia. Interessantissima. Avventurosa. Magari mia moglie e i miei figli non erano molto d’accordo. Loro erano più stanziali. Gli piaceva la “civiltà occidentale”- dice queste ultime parole velandole d’ ironia - l’Europa, al massimo l’America. Fu per questo che mia moglie e i miei figli, a un certo punto, smisero di venirmi dietro e io continuai a girovagare da solo . Ma lei, Anna, del mondo cosa ha visto?<br /><br />Lei si sente spiazzare da quella domanda. Veramente questo lavoro non è per come se l’era immaginato . Si aspettava una  fatica dura, che avrebbe messo a dura prova il suo stomaco. Non avrebbe mai creduto di fare conversazione.<br />-Sono stata in Italia a Roma, a Venezia e da certi parenti di mio marito in Sicilia. Ah, in viaggio di nozze sono stata a Parigi.<br />- Poco, ha visto molto poco. Ma forse sa, per vivere bene, non è così necessario andare troppo lontano da casa. In ogni paese, in ogni via, in ogni condominio c’è lo stesso guazzabuglio umano che puoi trovare dappertutto nel mondo. Volevo dirle che, gira e rigira, l’uomo è sempre lo stesso, con gli stessi amori, gli stessi sentimenti, a qualunque latitudine.<br />Vittorio si ferma a parlare. Lascia lo spazio ad Anna per dire qualcosa ma lei non parla, si sente solo un palpabile silenzio. Riprende lui allora.<br />-Forse l’ annoio? Lei parla poco perché è giovane. Siamo noi vecchi quelli che parliamo tanto. Anche perché non abbiamo molto da fare. E poi i giovani non è che ci stiano tanto a sentire. Perciò quando troviamo qualcuno che ha la pazienza di ascoltarci, qualcuno che dà fiato alla tromba della nostra logorrea, noi ci buttiamo a capofitto a parlare come bambini sulla cioccolata.<br /><br />Anna pensa che in fondo il signore non è tanto male. Comincia a starle simpatico e lei comincia a scrollarsi l’armatura della serva che deve salvare la sua dignità sempre e comunque.<br />-No, lei non mi annoia. La capisco: tante giornate in ospedale devono sembrare lunghe, infinite.<br />-No, non sono i giorni. Sono le notti quelle che non passano mai. Le è andata maluccio sa? Io di notte dormo pochissimo. Risveglio precoce lo chiamano i medici. La verità è che i vecchi dormono poco perché hanno paura di morire. Sanno che stanno per chiudere gli occhi e per sempre. E allora vogliono godere della luce anche se è solo luce elettrica. Vogliono vivere il più possibile, ogni istante, che neanche un attimo vada sprecato, più di quanto necessario, nel sonno. Per questo dormiamo così poco - fa una pausa e poi riprende a parlare:<br />-Posso chiederle un cosa? Una curiosità da povero vecchio. Si vede che lei è una persona delicata, non abituata alla fatica pesante. Come mai, allora, ha deciso di fare questo lavoro? In genere, a venire qui, sono donne pratiche, dure. Un’altra tipologia di donna. O forse no, forse mi sbaglio: forse sono solo donne rese dure dalla fatica.<br /><br />Anna lo guarda, avverte un attimo di quel vecchio fastidio che ha sentito nei primi momenti in cui è entrata nella stanza. Però quel vecchio, ora, le fa anche pena, lo conosce un pochino e le ispira fiducia, quasi per istinto.<br />-Ho bisogno di guadagnare perché io ho perso il negozio che gestivo e mio marito ha perso il lavoro di operaio. Abbiamo due figli. E’ Natale e ci servono i soldi. Ce ne sono rimasti molto pochi.<br />Le ultime parole Anna le dice lasciandosi sfuggire un sincero tremore nella voce. Vittorio lo coglie.<br />-Dai, non mi dica ora che ha paura delle difficoltà economiche? I soldi vanno e vengono. Questi sono problemi che si superano.<br />-Sì, facile a dirsi. Ma quando vedi tuo marito che cerca, cerca per giorni, settimane, mesi e non trova niente. Poi , sempre più avvilirsi e diventare più apatico, più sconfitto. E i bambini? Li posso sempre privare di tutto? Loro capiscono, sa, la nostra situazione.<br /><br />Parla di getto e ha la sensazione di sentire la voce di un’altra donna, di un’altra persona. Anna non avrebbe mai parlato così ad uno sconosciuto. Ma forse, ora che è povera, Anna è un’altra donna. Non ha più le stesse sicurezze di prima.<br />Vittorio l’ascolta e lo fa come solo i vecchi sanno fare. Comprendendo l’angoscia di quella voce che ha tremato.<br />-Mi perdoni, non volevo sminuire i suoi problemi. Ha ragione: tante cose sono facile a dirsi soprattutto quando si è al di fuori dei problemi. Dare consigli è gratis perciò tutti li danno facilmente. Che ci vuole ad insegnare al prossimo come si deve vivere? Non si rischia niente sulla propria pelle o quasi mai. Però, mi scusi, accetti il parere di un povero vecchio magari pure un po’ rimbambito. Vi amate lei e suo marito? Siete forti? Cioè siete in salute? - chiede Vittorio.<br />-Sì, io mio marito lo amo ancora tanto. Per questo sto male a vederlo così arreso. La salute mi chiede? Beh per il momento, almeno quella c’è - risponde Anna. Ormai capisce che anche lei ha bisogno di parlare.<br />-Allora siete ricchi. Avete il vostro amore, i vostri figli, la forza e la voglia di lavorare. Cercatelo il lavoro che se lo volete lo trovate. Faticate e non avrete niente di cui preoccuparvi. I soldi verranno da soli.<br />- Magari! Della fatica non abbiamo paura né io né Aldo. Ma la Fortuna! Quella! E’ da tre anni che sembra avere dimenticato l’indirizzo di casa mia.<br /><br />Anna sente una grande rabbia mentre pronuncia queste parole. La voce tradisce, invece, che sta per mettersi a piangere.<br />Vittorio la soccorre:<br />- Mi permetta un consiglio: non abbiate rancore nei confronti della vita perché oggi siete poveri. C’è di peggio, molto peggio che può capitare. Ad esempio la solitudine o la malattia. Eppure quante cose si imparano quando si è deboli. Si impara la pazienza, verso se stessi e verso gli altri. E poi la vita, che bella cosa è! Per tutti. E’ bella anche per i cani randagi che vivono più di calci che di pane. Mi creda: solo quando la stai perdendo capisci che bella vita è stata la tua vita.<br />Lei intuisce subito che Vittorio vuol dirle che non vivrà a lungo.<br /><br />-Le sembro un vecchio presuntuoso che ha voglia di farle una facile paternale? Siamo pedanti noi vecchi e non ce ne accorgiamo. Ma ci sforziamo di capire.<br />-No la prego. Continui, mi fa piacere ascoltarla.<br />- Quelli ,che come me, hanno un futuro breve - riprende Vittorio - si voltano indietro a ripassare idealmente ciò che è stato nella vita. Io lo sto facendo e rivedo il mio passato. E sa che cosa ho trovato? Che ho fatto diversi errori. Che come marito, come padre  spesso ho deluso mia moglie, i miei figli. Forse è per questo che stanotte c’è lei qui con me e non ci sono i miei ragazzi - si ferma, la commozione lo blocca. Subito dopo però:<br />-Ma sa che le dico? E’ stata comunque bella la mia vita. Me la sono gustata tutta. Un viaggio stupendo. Qualcosa per cui è valsa la pena di fare la pazzia di nascere in questo mondo.<br />A Vittorio escono le lacrime. Anna sta in silenzio e rispetta quel momento così intimo a cui lei si trova involontariamente a fare da pubblico. <br /><br />Il pianto di quel malato è un messaggio: c’è qualcuno che ha più diritto di lei a piangere. Non si sente più sola nel dolore. Il mondo ne è pieno, solo che lei non se ne è mai accorta prima. In fondo – pensa- che ha ragione Vittorio, che la povertà non è la più grande delle sfortune. Si può essere ricchi e fare lo stesso il Natale dei poveri e per mille motivi diversi. <br />Forse lei e Aldo hanno bisogno solo di un po’ di coraggio per nutrire la speranza, che dico, la certezza di farcela.<br />Non sente Vittorio per un bel po’ di tempo. Poi ne percepisce il respiro pesante  e capisce che  si è addormentato. La notte continua abbastanza tranquilla. Quando la luce del mattino mette in fuga il buio della notte, Anna ha la sensazione che anche le sue paure si siano sciolte. Accudisce alle necessità del malato che al mattino la guarda sorridendo. Anche lei sorride, si sente ancora una volta diversa, ancora una volta un’altra persona rispetto a quella che la sera prima ha bussato alla porta.<br /><br />Fuori dall’Ospedale il trambusto quotidiano si sta mettendo in moto ma ancora non è completamente sveglio. Anna aspetta che si faccia l’ora di apertura dei negozi e poi entra nel più bello, nel più elegante negozio di articoli natalizi. Per i bambini anche quest’anno farà l’albero, naturalmente impiegando tutto il materiale che le è rimasto dagli anni scorsi. Ma stamattina sente comunque il bisogno di fare una pazzia. E acquista una sola pallina di Natale ma la più bella, la più colorata, la più cara di tutto il negozio. Con quel piccolo regalo sente che non è più l’esclusa dalla festa di tutti. E soprattutto che non si sente più sconfitta nella vita. E’ Natale anche per la sua famiglia, è Natale anche per lei.<br /><br />Maria Gabriella De Santis <br />]]></content>
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		<issued>2010-02-04T00:00:00Z</issued>
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		<title>&lt;i&gt;Il tuo poetare...&lt;/i&gt;</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/Cieli.jpg" width="349" height="283" border="0" alt="" /> <br /><br /><br /><center><i><b>PERCORSI</b><br>

<br>
Lungo la memoria si srotola la storia<br>
come un lungo serpente<br>
avvinghiato da sempre alle nostre essenze.<br>

I nostri gesti e le nostre parole<br>
segnano un percorso<br>
che inevitabilmente conduce verso l’inizio.<br>

L’inizio è un punto nero su un foglio bianco<br>
l’inizio siamo noi<br>
esseri senza destino<br>
ma carichi di aspettative.<br>

Le emozioni ci chiedono di aspettare<br>
e il cielo ci fa cenno di andare avanti<br>
ma è solo nell’infinito<br>
che siamo consapevoli di esserci.<br></i></center><br /><br />  <br /><br />Questa poesia è tratta da una mia raccolta di poesie pubblicata nel 2004 dal titolo “Cieli senza blu”.<br />Questo libro è l’attuazione di un progetto realizzato assieme ad un ensamble musicale i “Mediterraneos”.<br /><br />Si legge nella quarta di copertina:<br /><br /> <i>“musica e poesie, note e versi... ecco perché... fondere, miscelare, mischiare musica e poesia, renderle una lo specchio dell’altra.<br />Nel riflesso del rovescio tra le due arti ho colto il senso interno della nostra essenza e la peculiarità fondamentale dell’essere uomini”</i><br /><br />All’epoca dell’uscita del libro ci sono state tante recensioni ma io sono particolarmente affezionata a quella di un grande giornalista e critico musicale, che per me è stato soprattutto un caro amico: Massimo Cotto che, all’epoca, non potendo essere presente alla presentazione mi inviò un piccolo commento al libro:<br /><br /><i>...leggere il tuo poetare ha illuminato l&#039;altro lato di te, la faccia oscura della luna che è visibile nel tuo vivere quotidiano ma che rimane in seconda fila, dietro all&#039;allegria, le risate, i canti, le cene in compagnia: una malinconia soffusa e sempre vigile che a tratti si incupisce d&#039;angoscia.<br />E&#039; il tuo volto artistico, la maschera da poeta che non contrasta, anzi completa ...<br />alcuni tuoi versi possiedono la musicalità di una canzone: &quot;I pezzi di vetro/ e i fuochi di baci rubati / dinanzi a me e al mio cielo / sono solchi già consumati&quot;, splendida la strofa: &quot;Governare il vento / e regolare il movimento / e andare...&quot;, che mi ricorda Fossati quando diceva: <br />&quot;Si vive di fortune raccontate / e di viaggiare / e si cammina stanchi&quot;.<br /><br />Giovanna Alma Ripolo<br /><br />]]></content>
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		<issued>2010-01-31T00:00:00Z</issued>
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		<title>&lt;i&gt;“IO MI RICORDO, IO VI RACCONTO”&lt;/i&gt;</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img src="images/schindlershoa2010.jpg" width="511" height="288" border="0" alt="" /><br /><br />La storia è il dispiegarsi del libero arbitrio in fatti e l’interiorizzazione dei fatti in stati d’animo. La storia coinvolge gli uomini in senso circolare e li sfida a essere sempre presenti a sé stessi, capaci di dominare la successione dei momenti, dotati delle giuste parole per saperla ricostruire con lucidità. La storia sin dall’antichità ha chiesto di essere raccontata da parte di scrittori e oratori, convinti che gli eventi dovessero essere affabulati: trasformati in “monumenti” destinati a esortare gli uomini a non compiere mai più gli stessi errori. <br /><br />Ecco perché i Greci facevano nascere la musa della storia, Clio, da Mnemosyne, la Memoria. Ecco perché Cicerone, pur non credendo agli dei, continuava a rivolgersi a Clio per riuscire a scrivere una storia che fosse <i>magistra vitae</i>. Oggi il cielo di carta, che proteggeva gli antichi, si è infranto con l’utopia che la storia potesse insegnarci qualcosa. È una rinuncia allo studio del nostro passato? No, è l’invito a rintracciare strategie alternative a quelle ereditate dai nostri avi per riempire i vuoti della storia e della storiografia.; è l’invito a guardare la storia con gli occhi della memoria per intravedere negli eventi i visi, i sentimenti di chi quegli avvenimenti li ha vissuti o subiti: per un errore del destino, per cieca casualità, per piena volontà. <br /><br />Questo invito lo ha raccolto Enrico Modigliani che, venerdì 22 gennaio su iniziativa dell’assessore comunale di Crotone alla <i>“Pace e al Futuro”</i> Rosa Maria Romano, ha testimoniato la sua esperienza di sopravvissuto alla Shoah a quanti si erano riuniti nella sala consiliare del comune per onorare la giornata della memoria. La sua presenza è stata improntata al significato più autentico del fare storia: ricordare, raccontare, ascoltare. Dal suo ideale “io mi ricordo, io vi racconto” sono fiorite immagini, fotografie, documenti, che scandivano l’esistenza delle storie nella Storia: dai suoi progenitori, che per primi dopo l’Unità d’Italia hanno oltrepassato il muro del ghetto di Roma e hanno preso parte alla grande Guerra, al lui bambino ignaro di ciò che incombeva sul suo futuro,  alla sua famiglia oggi, concreta e sorridente perché con la vita si è affermata sulla violenza. <br /><br />Sullo sfondo le leggi razziali che ,entrate in vigore in Italia nel 1938, furono il drammatico prologo ai rastrellamenti che dal 1943 al 1945 condannarono gli ebrei italiani alla deportazione nei campi di concentramento tedeschi. Grazie ai “Giusti”, titolo con cui lo stato di Israele celebra le persone che si sono adoperate per salvare gli ebrei dall’olocausto, la famiglia di Enrico Modigliani è sfuggita alla cattura e al viaggio della morte, ma non all’umiliazione di vedersi negli anni negare i propri diritti e la propria identità, frutto millenario di tradizioni e civiltà, di assaporare la paura per sé stessi e per gli altri di non sopravvivere. <br /><br />Attraverso gli squarci, che Enrico Modigliani ha aperto sul suo passato, abbiamo intravisto i fantasmi pervasivi dell’odio razziale e i dubbi mai chiariti della Storia: solo la costante attenzione verso ciò che è accaduto e la pacatezza del giudizio potranno dissolverli per sempre, per consentirci di consegnare alle generazioni future una visione razionalmente corretta ma umanamente partecipata delle tragedie che hanno reso così breve, così violento il secolo scorso. L’obiettivo supremo, più ambizioso è che sulla conoscenza del passato possa basarsi la costruzione di una società multietnica e interculturale, in cui nessuno sia discriminato o vessato per ciò che è o per ciò in cui crede.<br /><br />L’augurio è che si possa realizzare quanto Voltaire auspicava nella sua preghiera al <i>«Dio di tutti gli esseri, di tutti, di tutti i tempi»</i>, posta a chiusura del suo <i>Trattato della tolleranza</i>. A Enrico Modigliani, ai “sommersi “e ai “salvati “della Shoah e a coloro che vogliono ricordare ne dedico alcuni versi: <i>«Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. […] Fa’ sì che tutte le piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano segnali di odio e persecuzione»</i>.<br /><br />Emanuela Scicchitano]]></content>
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		<issued>2010-01-27T00:00:00Z</issued>
		<modified>2010-01-27T00:00:00Z</modified>
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		<title>Cutro - Laboratorio cinematografico del 23.1.2010  </title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[Può l’amicizia trasformarsi in amore senza tradirne i fondamenti di fiducia e gratuità? Può la gradualità della conoscenza approfondita e disinteressata dissolversi nella passione? <br /><br /><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/MC3kHzIuVG4&hl=it_IT&fs=1&"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/MC3kHzIuVG4&hl=it_IT&fs=1&" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object><br /><br />Sono questi gli interrogativi  attorno ai quali si è svolto a Cutro  il primo laboratorio cinematografico delle Madie. Sono questi gli interrogativi che il regista Rob Reiner ha messo in scena nel film a tesi Harry ti presento Sally (1989): un classico della commedia romantica americana che svela con intelligenza e ironia i retroscena della vita sentimentale di una coppia di amici, Harry e Sally, interpretati da Billy Cristal e Meg Ryan. <br /><br />Dubbi, sfide, buoni propositi incompiuti, desiderio di reciprocità: sono gli elementi che scandiscono il loro percorso esistenziale lungo l’arco di dodici anni, in cui le loro personalità si modellano sulla dualità affettiva dell’amicizia prima, dell’amore poi. Senza ingenuità, senza volgarità sondano e traversano il labile confine fra empatia intellettuale e attrazione fisica ricordandoci che l’alterità si costruisce con la sincerità degli sguardi e con la costante cura di ciò che è diverso da noi e, pertanto, ancora più prezioso della custodia dell’identità.]]></content>
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		<issued>2010-01-25T00:00:00Z</issued>
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		<title>Angela Bubba</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img src="images/angela_bubba_1.jpg" width="369" height="492" border="0" alt="" /><br /><br /><i>Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo: soprattutto: si domandi se nell’ora più inquieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, […] costruisca la sua vita secondo questa necessità.</i><br />(R. M. Rilke, &quot;Lettere a un giovane poeta&quot;)<br /><br />Al giovane poeta Franz Kappus, che gli inviava le sue poesie, in cerca di un consiglio, che consolidasse la sua identità di poeta, Rainer Maria Rilke suggeriva di non «guardare all’esterno» ma di rivolgere il proprio sguardo verso sé stesso, per esplorare le intimità solitarie e paurose che si annidano in ciascuno e verificare se lì, solo lì si trovi la necessità che spinge un uomo a dire: «devo scrivere».<br /><br />Angela Bubba <b>deve</b> scrivere. La discesa «nel suo intimo e nella sua solitudine» Angela Bubba l’ha intrapresa. E nei luoghi dell’anima, in cui per Rilke lo scrittore diventa viaggiatore di sé, Angela ha riportato alla luce una lingua, un mondo impastato di ricordi personali, di suoni dialettali, di reminiscenze letterarie, di immagini arcaiche e vive. E le ha racchiuse dentro le mura rassicuranti e assordanti di una «casa», che si nasconde fra la vegetazione folta e cupa di Petronà, località montana ancora vergine dell’indiscrezione della letteratura. <br /><br />In questa purezza inviolata Angela ha sottratto all’oblio storie e parole e le ha riversate nitide e corpose nel suo libro d’esordio <b>La Casa (Elliot)</b> con l’urgenza di chi ha accumulato dentro la sua adolescenza pagine immaginate e pagine scritte e le ha riunite tutte prima che si dissolvessero. Ad esse ha dato valore con l’esperienza, ricca di influenze e aspettative, di un’avida lettrice, che si è scoperta giovanissima scrittrice e si è messa alla prova partecipando e vincendo numerosi e prestigiosi concorsi nazionali di poesia e narrativa, come il Premio Verga. Riconoscimenti di un percorso umano e culturale, maturato anch’esso fra le mura reali e fittizie che circoscrivono Mesoraca e Santa Severina e che ora da queste terre prende il volo, portandosi dietro un carico di sentimenti e speranze ataviche, che dimorano in lei e in noi.<br /><br />A lei, promettente esordiente, un’esortazione: continuare sempre, come ha già fatto, a «guardare dentro di sé, esplorare le profondità da cui scaturisce la sua vita» perché a quella fonte troverà risposte. E con l’esortazione l’auspicio che, trovate le sue vie di vita, queste possano essere «buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire» (R. M. Rilke).<br /><br />Emanuela Scicchitano]]></content>
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		<issued>2010-01-21T00:00:00Z</issued>
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		<title>Le Petit Prince</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img src="images/petitprinceapollo.jpg" width="337" height="390" border="0" alt="" /><br /><br />Se sul palcoscenico nasce la finzione, se ciò che vediamo in scena è il frutto di un copione lontano anni luce  dalla realtà, è anche vero che il teatro è in grado talvolta di abbattere distanze che nella vita quotidiana possono sembrare infinite. Una lezione importante appresa dalla compagnia teatrale che giovedì 14 gennaio ha messo in scena “Il Piccolo Principe” al Teatro Apollo. Giovani e promettenti attori crotonesi sono stati affiancati nella recitazione da ragazzi diversamente abili del centro Evita, punto di aggregazione sociale per portatori di handicap. <br /><br />E se la nostra città può vantare un vivaio di attori di prima scelta, i ragazzi del centro non hanno certo sfigurato. I numerosi applausi al finale e ad ogni cambio di scena, hanno mostrato chiaramente il successo dell’iniziativa. La musica, la poesia, l’arte possono far da collante, abbattere ogni barriera. Una scommessa vinta dall’associazione Di.Ra.Em, che ha creduto nel progetto, sostenuta dall’AICS di Crotone e dal centro Evita, con il patrocinio del Comune di Crotone.<br /><br />Certamente “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupèry è un testo meraviglioso, pieno di significati, che si presta a numerose interpretazioni: un saggio di filosofia, una favola da raccontare a un bambino prima che vada a dormire. Ma bisogna fare i complimenti a Franco Eco, autore delle musiche e regista, per la sua chiave di lettura. Eco è un giovane crotonese che si sta facendo conoscere anche fuori. Questo binomio “giovane” e “crotonese” suona bene e funziona anche meglio. È un segnale positivo, la nostra città ha tanto “legno verde” su cui investire, partendo dagli attori che hanno impersonato i ruoli principali: il piccolo (in tutti i sensi) principe Stefano Perziano, il pilota Giuseppe Russo, l’agile volpe Fabio Donadio, il divertente vanitoso Andrea Giuda, le affascinanti Flavia Chiarelli e Giulia Perri, all’uopo segretarie, rose, esploratrici. <br /><br />La serata è stata dedicata a Fabio Battaglia, un Piccolo Principe che pochi giorni fa ha approfittato di uno stormo di uccelli in migrazione, per prendere il volo.<br /><br />Federico Cerminara]]></content>
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		<issued>2010-01-18T00:00:00Z</issued>
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		<title>Crotone - Lab. di lettura IL FILO ROSSO del 15.1.2010</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[Il primo laboratorio del 2010 vede sei donne ed uno spazioso ricciolone cimentarsi con grandi quesiti. Ci si chiede insieme il significato delle cose, il senso della vita e della morte, il mistero della resurrezione. Ed altro ancora: che cosa farebbe il bene, se non esistesse il male? Come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Riflessioni di uomini di potere sembrano guidarci ad una mostruosa, inconfessabile contraddizione: è necessario perpetuare il male per garantire il bene.  Il dialogo è stato ispirato dai cenoni natalizi, non ancora smaltiti a dovere, e dalle seguenti letture:<br /><br />“Emmaus” di Alessandro Baricco<br />“Un altare per la madre” di Ferdinando Camon<br />“Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov<br />“Il divo” di Paolo Sorrentino<br />“La casa” di Angela Bubba<br />“Io,Urlike Meihnof, grido” di  Dario Fo e Franca Rame<br />“Come Dio comanda” di Niccolò Ammaniti<br /><br /><object width="500" height="340"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/7FX-lgSQlGw&hl=it_IT&fs=1&"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/7FX-lgSQlGw&hl=it_IT&fs=1&" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="500" height="340"></embed></object><br />]]></content>
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		<title>&lt;i&gt;AUGURI FEDERICO ! &lt;/i&gt;</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img src="images/fedeverzino.JPG" width="416" height="554" border="0" alt="" /><br /><br />A pensarci bene, partecipare attivamente alla vita di un&#039;associazione vuol dire anche sentire la necessità, per l&#039;individuo, di condividere i momenti importanti della propria vita con gli altri componenti del gruppo.<br /><br />E se il singolo vive la condivisione come un momento di crescita personale e di &quot;arricchimento&quot; emozionale, è anche vero che il gruppo, indipendentemente da qualsiasi sia il motivo, lo scopo ultimo per il quale si è costituito, viene &quot;vivificato&quot; e si rafforza al suo interno proprio quando ha modo di vivere questi momenti.  <br /><br />L&#039;ennesima prova di quanto fin qui detto è stata offerta a noi amici de &quot;Le Madie&quot; giusto qualche giorno fa dal nostro Federico il quale, essendosi laureato da poco, a pieni voti e con tanta soddisfazione, in Ingegneria, ha voluto appunto condividere con noi tutti la sua gioia per il bel traguardo raggiunto.<br /><br />E così, lo scorso tre gennaio, ci siamo ritrovati tutti a Verzino, il paese da cui proviene la famiglia di Federico, per trascorrere con lui e i suoi cari una bellissima giornata all&#039;insegna dell&#039;allegria e della gioia dello stare insieme. <br /><br />Il sorriso allegro e gioviale del signor Giuseppe, quello sincero e dolcissimo della signora Silvia, la splendida ospitalità offertaci da tutta la famiglia Cerminara ed infine l&#039;ottimo cibo (e l&#039;eccellente vino!) che abbiamo gustato, sono tra i ricordi più belli che ciascuno di noi ha già &quot;cucito&quot; nel proprio cuore. <br /><br />A Federico ed ai suoi cari ancora un ringraziamento di cuore.<br /><br />E a noi tutti...&quot;Grazie  di questo incontro!!!!&quot;.<br /><br />Tiziana Albanese<br /><br /><b>PER LE FOTO DELLA GIORNATA CLICCA SU </b><br /><br /><a href="http://picasaweb.google.com/ASSOCIAZIONE.LE.MADIE/AUGURIFEDERICO#" target="_blank" >http://picasaweb.google.com/ASSOCIAZION ... IFEDERICO#</a><br />]]></content>
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		<issued>2010-01-11T00:00:00Z</issued>
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		<title>LABORATORIO CULINARIO DEL 5.1.2010</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/PANETTONE.JPG" width="512" height="384" border="0" alt="" /> <br /><br />Terzo Laboratorio culinario de Le Madie. <br /><br />Tutti i &#039;brani&#039; proposti sono stati farciti da tanta allegria e amicizia, ingredienti base del NOSTRO GRUPPO !<br /><br /><b>ANTIPASTI MISTI</b><br /> <br /><b>PRIMI </b><br />TIMBALLO DI PASTA E MELANZANE <br />RISO AROMATICO<br /> <br /><b>SECONDI</b><br />INSALATA DI POLLO <br />TIMBALLO DI CAVOLFIORE <br />TRECCIA SALATA <br />SPEZZATINO DI AGNELLO <br />GATEAU DI PATATE <br />BRUSCHETTE CON CICCIOLI <br />SECONDO ALLA VICTOR <br />SFORMATO DI PATATE<br /> <br /><b>CONTORNI</b><br />OLIVE<br />PIPI E PATATI<br /> <br /><b>DOLCI</b><br />PANDORO FARCITO <br />PANETTONI GELATO <br />DOLCINI ALLA CIOCCOLATA<br /><br /><center><b>QUI LE FOTO</b></center><br /><a href="http://picasaweb.google.com/ASSOCIAZIONE.LE.MADIE/LABORATORIOCULINARIODEL512010" target="_blank" >http://picasaweb.google.com/ASSOCIAZION ... ODEL512010</a><br />]]></content>
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		<title>Viaggio in Terra Santa - parte seconda - </title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[<img src="images/Gerusalemme2ndaparte.JPG" width="512" height="374" border="0" alt="" /><br /><br /><b>17 Ottobre</b><br />Il primo giorno è dedicato a Betlemme. Per la prima volta gli anni di guerra tra i Palestinesi e gli Ebrei, le tensioni, i mille fallimenti dei trattati di pace ti si materializzano davanti in un muro di ferro orrido e grigio che separa Betlemme dal resto di Israele. All’interno la vita non è facile, si percepisce povertà, soprattutto per la comunità cristiana che cerca di vivere con dignità, pur nelle mille difficoltà sociali ed economiche.<br />Una povera cittadina non diversa dal piccolo villaggio che vide il Natale di Gesù.<br />Già la grotta, all’interno dell’ortodossa Basilica della Natività tutta candele e luci, cupa come sanno essere quelle chiese. Attraverso stretti cunicoli e scalini si arriva al luogo della nascita di Cristo; c’è un punto a forma di stella che lo ricorda e ci si piega stremati e storditi dall’essere lì, un penetrante profumo di rose, tu da lì non vorresti andar via, perché lì Dio è sceso sulla Terra, ha preso tutta l’umanità per te. Qui la storia non è stata più la stessa, la nostra vita non è stata più la stessa e proseguendo per la grotta di San Girolamo comprendi quest’uomo che ha trascorso la sua vita lì sotto a tradurre le Sacre Scritture in latino.<br /><br />Il biancore della Grotta del latte ti sorride e si sorride quando tutti, qualunque sia la nostra età e la nostra condizione, compriamo le bustine con la sacra polvere miracolosa per le nascite. Durante la messa nella bella e luminosa chiesa francescana di Santa Caterina il bacio del bambinello che la sera di Natale viene portato nella grotta.<br /><br /><b>18 e 19 Ottobre Gerusalemme </b><br />Due giorni completamente dedicati a questa città non sono certo sufficienti. Il bianco è il colore luminoso delle case, città strana, tre grandi religioni a contatto, città di separati in casa, ebrei, arabi e cristiani vi convivono senza intersecarsi probabilmente; per entrare al Muro del Pianto passi dal metal detector. Ci raccontano che durante la via Crucis nella zona araba del mercato, ti sputano addosso ma deve essere il  nostro giorno fortunato perché noi la svolgiamo senza alcun incidente, ma certo non è facile una via Crucis attraverso il suk arabo tra i negozianti, i passanti infastiditi, le vie strette…<br /><br />Visitiamo la chiesa di Sant’Anna e le vasche che ricordano la guarigione del cieco. La spianata del Tempio, la bella veduta della moschea di Ommar dalla cupola dorata, il monte degli ulivi ma soprattutto il Muro del pianto, tempio della memoria di conflitti che non dovrebbero esistere, luogo “curioso”, donne da una parte e uomini dall’altra, gli innumerevoli bigliettini tra le fessure del muro, le ragazze che pregano dondolandosi, la preghiera con il corpo, è tutto così diverso per noi.<br />Ma la giornata è iniziata presto con la Messa alle sei nella contesa e divisa Basilica del Santo Sepolcro, dove torneremo nel pomeriggio.<br /><br />Grande, poco illuminata, quasi tetra è la Basilica del Santo Sepolcro che ingloba anche il Golgota. Sul Golgota un altare ortodosso a ricordare il punto in cui Gesù ha compiuto l’estremo sacrificio di Sè, sempre per amore, di quell’amore totale che solo in Lui l’uomo ha conosciuto. Poco lontano il Santo Sepolcro. Non ci sono parole adeguate a raccontare la sua solennità, quel misto di sacralità e grandiosità che rimbalzano nel cuore quando si entra in quello spazio scuro, angusto che ha visto verificarsi il più grande dei miracoli. La vita che sconfigge la morte è la forza della fede, il motivo per cui il messaggio di Cristo non è il comune messaggio di un comune profeta, ma la manifestazione della potenza di Dio, che dà speranza di vita eterna all’umanità tutta.<br /><br />Il 19 si visita il bel complesso della chiesa della Dormizione di Maria, il museo dell’Olocausto a testimonianza dell’orrore e affinché esso mai più si ripeta, la chiesa del Padre Nostro costruita sulle pietre che hanno udito la preghiera a noi donata - ora declinata, lungo tutto il cortile della chiesa, in tutte le lingue ed in tutti i dialetti - il cenacolo, una stanza fredda della quale resta solo il pallido ricordo dell’ultima cena di Nostro Signore; un punto indica la Mecca e un musulmano prega, prega anche ad alta voce un gruppo di pellegrini europei, c’è confusione, si guarda quel che resta del cenacolo originale… Una lunga discesa in una mattinata afosa ci conduce al Monte degli ulivi e all’orto del Getsemani accanto al quale sorge una bellissima chiesa. L’orto è un piccolo appezzamento di terra pieno di ulivi, ora protetto da un recinto, una targa ricorda quello piantato da Paolo VI. La basilica del Getsemani, fresca e buia, una tenue luce filtra dalle vetrate violette, luogo dello spirito e della contemplazione, luogo adatto al raccoglimento; <b>il mondo è fuori</b>, non penetra lì dentro. <br /><br />Un mosaico racconta la lunga e umana notte di Cristo, ma dinanzi a te, protetta da una bassa grata a forma di corona di spine, la pietra che ha visto Dio inginocchiarsi, tremare e sudare sangue come il più fragile e timoroso degli uomini. Quella pietra è il perenne ricordo delle nostre debolezze, della nostra fragilità, del bivio davanti al quale tutti, prima o poi, ci troviamo: vivere con o senza Dio, pensare di poter fare a meno di Lui o affidarci a Lui. <b>Ci siamo noi su quella pietra.</b><br /><br /><b>20 Ottobre</b><br />Si parte per l’Italia. Come?<br />L’uomo e il suo bisogno di profondità, ma sei vuoto ed impaurito in questo vasto universo. Trovando se stessi si trova il significato, il senso, la gioia e lo splendore della vita.<br />Dove prima c’era oscurità adesso c’è luce, dove c’era infelicità c’è beatitudine, dove c’era rabbia , odio, ossessività e gelosia c’è solo un meraviglioso fiore d’amore.<br /><b>Non sei più un semplice essere umano, scopri di essere parte di quel Dio che abbraccia la Tua umanità.</b><br /><br />Gabriella De Santis<br />Rosalba Malena<br />Anna Torchia]]></content>
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		<title>&lt;i&gt;... tornerà?&lt;/i&gt;</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/cuore_e_anima.jpg" width="416" height="350" border="0" alt="" /> <br /><br />A volte la perdi e non te ne accorgi. <br />Lo so, è a dir poco strano ma è così. <br />Mentre farandolavi da un cavalluccio all’altro in questa giostra che è la tua esistenza hai perso l’unica cosa che, senza peso, determina il tuo peso: l’anima. <br />Allora piombi lentamente in uno strano senso di sospensione e ti ritrovi a vagolare nel nulla, anche tu una simpatica bollicina di sodio nell’oceano di un’acqua minerale in bottiglia.  <br /><br />Certo, ti viene strano parlare di lei, non l’hai mai vista, tanto meno toccata, non odora né puoi accostarla ad un sapore, eppure c’è. <br /><br />Allora pensi <i>&quot;...sarà il caso di ritrovarla! Basterà cercarla, fare il percorso a ritroso, stanarla, riagganciarti a lei, ed è fatta!&quot;</i>.<br />Ma non è così semplice. Andandosene ha portato con sé tutte le tue coordinate, quelle che, per intenderci, dicono alle tre dita che dosano, quanto sale occorra per insaporire la minestra, o se il sorpasso in auto, comunque azzardato, ti lascerà una botta di vita o una botta in testa.<br /><br />È offesa! Chissà quante volte avrà urlato il suo disappunto. E tu, distratta, forse indolente più del solito, decisamente altrove, hai finito per catalogarla tra i tanti brusii che col tempo allegramente ignori.<br /> <br />Ora è offesa, e come darle torto ? A nulla vale la nostalgia che hai di lei. Tendi l’orecchio ma il vento non ha più messaggi per te, è solo un ululare infinito; le stelle non pulsano nel canto ritmato della notte, sono francobolli attaccati al cielo; e il tuo occhio lanciato <i>al di là della siepe </i> mai ti è apparso così scemo. Non c’è più <i>quell’oltre </i>– oltre le cose, le situazioni, le persone - che la tua anima veicolava fino a te, condivideva con te e poi serbava nel suo bozzolo, gelosa.<br /><br />È offesa! La chiami, a tratti la invochi, l’aspetti, nel frattempo ciondoli, la inviti, la cerchi tra righe di pensieri preziosi, la invogli ascoltando le corde di anime altre, cerchi in qualche modo di stuzzicarla ma lei ri-ma-ne-mu-ta.<br /> <br />Tornerà? Forse... <br />Non serve cercarla, se vorrà sa dove trovarti. <br />E quando sarà, non festeggiarla con promesse di amore eterno - non sapresti come mantenerle -, non raccontarle la tua felicità: lei abita di nuovo il suo paese ed è più felice di te!<br /><br />AC<br /><br />]]></content>
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