Sensazioni sulla pelle 


24.6.2007, h. 20,00 saggio di danza della Scuola Maria Taglioni al Teatro Apollo. Immersi nell’afa, pervasi da un pout pourrì profumato, a tratti lezzo, avverto lo sguardo faticato che la platea volge al palco.

Corpi: alcuni acerbi, visceralmente genuini nei tratti che li cristallizzano ancora anatroccoli; altri vantano già la bellezza sfavillante del cigno.
Corpi in movimento: sinuosi e precisi nelle intenzioni, goffi, alcuni, nell’esecuzione di una movenza; squisitamente armonici altri – un nome per tutti, Serena Bagalà, quasi un’icona. Continua...
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Centro Polifunzionale Paideia 
Sabato 30 giugno 2007, alle ore 18, presso l’auditorium S.Giuseppe della Parrocchia San Paolo sarà presentato il Campus-Paideia.

Intervengono:
S.E.Mons.Domenico Graziani Vescovo di Crotone S.Severina
Don Pino Caiazzo Parroco di San Paolo

Relazioni:
dr.Emilio De Masi Vice Presidente Provincia di Crotone
tema:

Gli aspetti etico-formativi dell’uomo nell’insegnamento Pitagorico secondo la scuola sapienziale crotoniate.
dr.Luigi Bitonti presidente dell’associazione culturale Paideia di Crotone
San Giovanni in Fiore, membro della Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice – Città del Vaticano.
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Quando la fede diventa poesia… 

“Esiste un mezzo che risulti più efficace per partecipare ad altri la bellezza di un’esperienza se non quello del linguaggio poetico?”
Così si esprime Don Antonio Staglianò nell’introduzione (Col cuore grato) alla sua ultima fatica poetica e teologica: la raccolta di poesie e riflessioni dal titolo “Terra di ogni terra madre” (Edizioni Pubblisfera).
Un’esperienza-evento col suo carico di emozioni struggenti è stata per l’autore il viaggio in Terrasanta, “là dove ogni uomo può dire “qui io sono nato”.

Fin dalla copertina con i simboli delle tre grandi religioni monoteistiche professate in quella terra, è un continuo riandare con la memoria intrisa di commozione e passione “viva, calorosa, ardente” alla figura di Gesù di Nazaret. Quel Gesù che in veste umana abitò e visse quegli orizzonti, quei paesaggi, quegli ampi spazi di libertà.
“Canto lirico di un innamorato, che però non cessa di essere teologo” si legge nella prefazione di Monsignor Gianfranco Ravasi, che dell’autore fu professore di Scrittura nel Seminario teologico milanese, dove dalla natia Calabria il giovane Staglianò si era recato per svolgere i suoi studi in preparazione al sacerdozio. Continua...
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‘Nu špusalìzzu a Cutru ‘ntu sittànta - Racconto in vernacolo 

- Oj Ni! Ma t’ha vistu a ru špècchiu ? Pari ‘nu mortu abbivisciùtu !
Pašquà làssa stari, ‘u nn’è siràta.
- Parra ccu’ mmjia, sicuru ca t’ha duvùtu succidìri ancuna cosa.
Pašquà st’è vinènnu da gghjès’i Santa Rita, du mortìzzu i n’amicu d’u miju c’aviva 53 anni, mo’ è n’annu ca si nnà jjùtu. Si chjama, anzi si chjamava Rinu. Ccu’ d’iddru, quann’erumu guagliuni amu sunàtu ‘nzemi ‘nta ‘nu complessu ca si chjamava “I Seguaci”; quantu n’amu passati ‘nzemi, sunànnu sti pajìsi-pajìsi.

- Oj Ni, ‘u nn’è riuscìtu a ru ‘nquàtrari, a cu n’è c’appartèna ?
T’arricordi chira ‘gnura minùta-minùta, vistuta i nìghiru c’aviva ru negozziù i bbigghjamèntu subb’ u corzu a ru hjancu d’u cafè d’u brasil ?
- Si ca mi l’ arricòrdu, a ‘gnura Nocita a mamma d’u capustazziònu.
Bèh! Chiru c’ha mortu, era ru figghju cchjù picculu.
- Compà cchì t’è diri, ‘u nnù canuscìvu ma però mi dispiàcia pur’a mmjia. Continua...
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Nick Cave in Apocalissi 


Comprai la mia prima Bibbia (nella versione di King James) perché mi piaceva un sacco il Vecchio Testamento, con quel Dio maniacale e punitivo che infliggeva castighi al suo popolo eternamente sofferente. Mi lasciò a bocca aperta, incredulo per l’intensità della vendetta. Mi appassionai sempre più alla letteratura violenta, oltre che a una vaga sensazione della presenza divina nel mondo. Avevo vent’anni e il Vecchio Testamento toccava quella parte di me che protestava, scalpitava e sputava sul mondo. Credevo in Dio, ma credevo anche che fosse malvagio. Se il Vecchio Testamento era il testamento di qualcosa, era il testamento del male. Il male affiorava in superficie, il male era così vicino: sentivi il suo odore prepotente, vedevi le spirali di fumo giallo che si levavano dalle pagine e sentivi i gemiti agghiaccianti e disperati. Era un libro meraviglioso e terribile, era un libro sacro. Continua...
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In cima  


In cima ai gradoni di ciottoli grigi, fiancheggiati da povere case di pietra, stava un portone ad arco. Aveva una targa dorata con su inciso: “Dott. Federico Migliarese, medico chirurgo”. Mio Padre.

Si era laureato nel ’49 a Napoli; durante la formazione non aveva dimenticato le sue origini: figlio di un carabiniere e di una casalinga; prestati al mondo dell’industria attraverso la conduzione familiare di un lanificio che dava loro opportunità economiche ed una vita più che dignitosa.

Suo nonno Gaetano, nei primi del novecento, aveva portato a Petronà l’attività praticata nel suo paese, Serrastretta.
Mio nonno Vincenzo e la sua famiglia si trovarono ad occupare una parte del grande caseggiato che ospita-va al piano terra il lanificio.
Dal loro uscio correva un lungo terrazzo sul quale s’aprivano le soglie degli altri appartamenti. Continua...
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Quando il cielo è in una frase... 


Ma è possibile che Tu non abbia pensato che l’uomo, oppresso da un fardello così pesante come la libertà di scelta, avrebbe alla fine respinto e discusso persino la Tua immagine e la Tua verità?” (L’Inquisitore di Dostoèvskij a Gesù)

Se c’è una cosa che temo, e nel profondo, è l’intento subdolo di chi si offre di alleggerirmi una mia prerogativa paventandola un possibile fardello. E’ l’ingresso di una gabbia. E’ il classico verme nel formaggio dell’amicizia che si dice autentica.

Libertà è parola troppo alta. Almeno fino a quando non si scopre che germoglia solo in anfratti nascosti, come una ribellione. Presuppone una fatica. Intima. Più che un fatto, è un atto: l’atto del fronteggiare la nostra paura di non saperla gestire, la libertà, di non poterla sostenere, di non conoscerla, non riconoscerla e quindi distinguerla.
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Storia di un amore  


L’incontro, da sporadico, era diventato quotidiano.
Da tempo l’uomo frequentava una ragazza che la sua giacca non aveva mai avuto l’occasione di osservare attentamente. Egli, infatti, appena entrato in casa, la lasciava frettoloso all’ingresso per inoltrarsi nelle altre stanze.

Ma delle avventure galanti di lui, alla giacca importava poco. I suoi interessi erano rivolti all’attaccapanni, che l’accoglieva con i suoi tanti bracci non più freddamente come le prime volte. La conquista di quell’essere legnoso, rigido, apparentemente distaccato, non era stata facile, ma ora anch’esso l’attendeva con gioia. I loro, erano incontri privi di parole, colmi di tanti piccoli affettuosi gesti di attenzione. L’avvertirlo dentro di sé procurava alla giacca sensazioni che la turbavano. I suoi progetti sul futuro la vedevano per sempre accanto al suo attaccapanni, le lunghe sere d’inverno non avrebbero più portato buio e solitudine, ma tepore e dolci abbandoni.
Ma una sera più fredda delle altre, l’uomo entrò in casa e appese all’attaccapanni, oltre la giacca, una sciarpa di lana bellissima, dono della ragazza. Continua...
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Il molteplice essere delle parole 

Una sera di giugno, calda e dal profumo iniziale di salsedine estiva, un incontro per parlare di un libro di poesia, tra letteratura e teologia, ma ciò che più colpisce è l’aspetto di partecipazione popolare, non invadente e mai, privo di senso di amore ed eleganza.
Si, esiste un’eleganza popolare, non popolana.

Nel corso della presentazione del libro si è parlato della nuova sala d’incontro per la gente di Castella, ma è stato bello il fine serata con tante cose buone da mangiare e preparate da loro, da donne, semplici casalinghe che con gentilezza ci porgevano piatti e posate per prendere il cibo. Semplice e vivo l’incontro tra la cultura e la gente, tra il colto cattedratico e il colto popolare. Il punto è semmai, se può esistere continuamente questa simbiosi tra l’essere alto col pensiero e l’essere nobile nei gesti della quotidianità. Continua...
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Pietro - Racconto 


Mite …. buono.
Si chiamava Pietro.
Negli occhi una luce che sembrava venire da lontano.
Sorrideva Pietro,scherzava e sorrideva.
Al vederlo muoversi, lavorare, vivere la quotidianità,
nessuno lo avrebbe mai detto:
Pietro era quasi sordo.
Sorrideva, gentile con tutti, preparato,
punto di riferimento per tutti quelli che non sapevano o erano troppo pigri per imparare.
A volte però, nel suo sguardo, si leggeva una pena infinita,
un dolore di quelli che non hanno età, che vengono da dentro … dalla profondità dell’essere … dalla ragione dell’esistere. Continua...
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... perchè il tempo non li spurghi 


Capita, discorrendo magari di un tema squisitamente culturale, che scappi un’ inflessione dialettale. Molti, e tra questi il purista, inorridiscono a quella che è, a tutti gli effetti, una caduta di stile.
Altri se ne compiacciono.
Cercare quali le motivazioni di tanta ostilità verso il dialetto - voce imponente dei nostri paesi - esigerebbe, forse, un viaggio a ritroso – magari un percorso alla Conrad di “Cuore di tenebra”. Io comunque mi diverto da sempre a cogliere le reazioni che balzano dagli stridori di un meticciato linguistico.

Il corretto e forbito italiano fa da sempre status. Se postillato da personali coniature e licenze è decisamente dandy. Eppure il dialetto – a confronto, roba da ruspanti !... - regge da sempre il peso di dipingere questo mondo di carne e di sangue. Quanti vocaboli buffi, alcuni onomatopeici, ci accomunano e, in qualche modo, ci raccontano, tanto che viene facile abbozzare all’errore di sintassi o grammaticale. Continua...
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