<?xml version="1.0" encoding="ISO-8859-1"?>
<rdf:RDF xmlns:rdf="http://www.w3.org/1999/02/22-rdf-syntax-ns#" xmlns:ref="http://purl.org/rss/1.0/modules/reference/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns="http://purl.org/rss/1.0/">
	<channel rdf:about="http://www.lemadie.it/rss.rdf">
		<title>Le Madie</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php</link>
		<description><![CDATA[Associazione culturale &quot;Le Madie&quot;]]></description>
		<items>
			<rdf:Seq>
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110928-140731" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110923-103003" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110614-175848" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110609-062607" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110605-095806" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110601-202851" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110528-090404" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110524-004106" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110519-183105" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110515-060413" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110512-060409" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110509-140235" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110503-212248" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110430-102029" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110427-002043" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110423-174427" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110421-011648" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110418-071430" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110413-004214" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110409-024525" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110406-003632" />
				<rdf:li resource="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110402-093358" />
			</rdf:Seq>
		</items>
	</channel>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110928-140731">
		<title>Elenco vincitori del concorso &quot;Fratelli d&#039;Italia&quot;</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110928-140731</link>
		<description><![CDATA[L’elenco dei vincitori del concorso <i>Fratelli d’Italia</i>, per entrambe le sezioni, è disponibile <a href="http://www.lemadie.it/static.php?page=static110521-183557" target="_blank" >qui</a>. A seguire le poesie e i racconti che hanno conquistato il podio, insieme ai testi segnalati. Ringraziamo tutti i partecipanti per la fiducia accordata. Buona lettura.]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110923-103003">
		<title>FRATELLI  D’ITALIA – 150 ANNI D’UNITA’ </title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110923-103003</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/fratitalia.JPG" width="512" height="246" border="0" alt="" /><br /><br />Sull’onda delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia ci è sembrato doveroso accodarci alle varie iniziative sorte in tutta Italia, per esprimere anche noi, in questa fetta di meridione, il Comune di Cutro, un omaggio devoto alla nostra nazione. Da questa tensione, la denominazione dell’evento: Fratelli d’Italia.<br /><br />L’evento si sostanzia in due giorni ed ha, come fulcro, il risultato di un concorso letterario curato da <b>Le Madie</b> sul tema dell’unità d’Italia, rivolto a tutti i connazionali, residenti e non, e diviso in due sezioni: poesia e racconto. <br />All’uopo è stata costituita una giuria che avrà come Presidente <b>Davide Rondoni</b>, poeta, scrittore e saggista, nonché fondatore del Centro di poesia contemporanea con sede a Bologna; <b>Saverio Simonelli</b>, scrittore e responsabile culturale di TV2000; <b>Raffaele Nigro</b>, scrittore, giornalista e caporedattore della sede Rai Puglia. <br /><br />Giorno 24 settembre, dopo l’inaugurazione della mostra si svolgerà un workshop a cura dell’associazione LE MADIE dal titolo: “SOTTO LO STESSO CIELO” nel corso del quale saranno illustrate - attraverso i diversi linguaggi di cui si caratterizza lo strumento del workshop: filmati, prose, poesie e musiche, in successione dinamica e veloce -, alcune tra le più rilevanti peculiarità regionali di cui si connota e fregia l’Italia tutta; <br /><br />Giorno 25 settembre, sarà dedicato alla premiazione delle opere meritevoli nel corso di un reading al quale parteciperanno i componenti della giuria e molti  rappresentati delle istituzioni locali.<br /><br />Sullo sfondo di questi due giorni, celebrativi dei 150 anni dell’unità d’Italia, spiccherà una mostra di arte figurativa, gentilmente concessa dalla FASI – Federazione Associazioni Sarde in Italia, -  che ha raccolto le opere candidate al concorso a premi rivolto ad illustratori, autori, satirici e cartonisti sul tema, appunto, dell’Unità d’Italia. Esibita in molte città, la mostra è stata inserita nel calendario delle manifestazioni ufficiali approvato dal Comitato per le Celebrazioni del 150° della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e gode di autonomia istituzionale.<br />Ha l‘alto patrocinio del Comitato per le Celebrazioni del 150° della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il patrocinio della Presidenza della Camera dei Deputati, del Ministro per le politiche giovanili, del Comitato Generale degli italiani all’estero. La mostra principale, costituita dalle opere in originale, è stata inaugurata il 22 febbraio a Roma, alla Camera dei Deputati, Palazzo Marini, Sala delle Colonne. Il primo allestimento è stato realizzato a Roma, nelle sale del Teatro dei Dioscuri, del Complesso del Quirinale. Ospite in rappresentanza della FASI  l’Avv. Luca Pulesu, autore e fumettista, commenta in occasione della due giorni  momenti importanti del risorgimento Italiano. <br /><br />La serata della premiazione sarà condotta dalla dott.ssa <b>Cecilia Pandolfi</b> collaboratrice RAI, è tesoriera dell’Associazione culturale Bombacarta con sede a Roma attualmente nello staff di Exit, programma giornalistico di attualità di LA7, conduttrice Radio 2.<br /><br />Sabato 24 settembre:<br />Ore 11,00 inaugurazione mostra;<br />Ore 17,00 Workshop – sala polivalente Piazza Umberto I;<br />Ore 19,00 passeggiata nel centro storico ravvivato da banchi di artigiani;<br />Ore 22,00 Concerto in Piazzetta della Pietà.<br /><br />Domenica 25 settembre:<br />Ore 18,00  Serata di gala nel corso della quale si svolgerà  la premiazione del concorso letterario. Conduce <b>Cecilia Pandolfi</b>, ospiti d&#039;onore <b>Davide Rondoni, Raffaele Nigro, Saverio Simonelli, Luca Paulesu</b>.<br />]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110614-175848">
		<title>A PRESTO...</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110614-175848</link>
		<description><![CDATA[ <img src="images/buonevacanze.jpg" width="400" height="300" border="0" alt="" /> <br /><br />Anche quest’anno il sito de Le Madie chiude per il periodo estivo. <br /><br />Al visitatore occasionale e al lettore abitudinario lasciamo il nostro particolare arrivederci “al nostro prossimo incontro” che avverrà in settembre.<br /><br /><i>Possa la strada venirti incontro,<br />possa il vento sospingerti dolcemente,<br />possa il mare lambire la tua terra e <br />il cielo coprirti di benedizioni.<br />Possa il Sole illuminare il tuo volto e <br />la pioggia scendere lieve sul tuo tempo.<br />Possa Iddio tenerti nel palmo della Sua mano fino al nostro prossimo incontro.</i><br /><br />]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110609-062607">
		<title>Alba radiosa</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110609-062607</link>
		<description><![CDATA[ <img src="images/alba1.jpg" width="448" height="336" border="0" alt="" /> <br />Alta, sottile, di un eleganza intima. Così silenziosa nella sua avvenenza ricordava una rosa. La mano agile, le dita si slanciavano come piccoli raggi avvolgendo in un abbraccio l’oggetto; unghie corte e curate, come tutte le dita la raccontavano o comunque attivavano in chi la osservava la curiosità di conoscerla nella quotidianità. La voce una nenia, forse per il tono pacato con cui articolava le parole. Bella. <br /><br />Il  mistero di una bellezza affascina più del dato obiettivo, c&#039;è un non detto che fa pensare alle ombre intorno le quali si condensa tanta luce, un taciuto, o celato, che ha contribuito a dare origine a ciò che è evidente e inconfutabile. Quel mistero abitava il suo sguardo: malinconico si posava su tutto come una carezza. <br /><br />Un figlio ombroso e un marito solare non facevano da ponte per raggiungerla, anzi, disorientavano. Nel corso dei nostri laboratori di lettura un brano sull’abbandono, la irrigidiva: durava poco l’increspatura sul volto, era la nuvola che attraversa veloce un sole carico, ma il timore dell’attimo resta tutto.<br />  <br />Ed era appunto d’agosto. La incontrai per caso in uno di quei  tipici pomeriggi assolati, i centri di lettura erano chiusi da un pezzo. Mi sembrò raggiante. Lo addebitai alla metamorfosi di cui si beneficia in estate, e a quel senso di libertà e liberazione rimasto imploso per un inverno che – te ne rendi conto dopo - è sempre un troppo. Parlammo delle nostre ferie, scambiandoci reciproci apprezzamenti. <br /><br />Ci stavamo congedano quando trattenne la mia mano nella sua, e il suo sguardo fisso nel mio iniziò velocemente a valutare qualcosa. Poi, in un filo di voce: «ho trovato mio figlio...».<br /><br />La rivelazione mi gratificava di un’implicita quanto mai inattesa amicizia che – non lo sapevo – ma c’era e da tanto. Istintivamente fui grata ai nostri laboratori di lettura, alle dinamiche che scattano e si sostanziano in tante piccole finestre: ognuno le apre sulla e dalla propria anima, rendendone partecipi altri di quanto ci sia all’interno delle nostre mura. <br /><br />Non furono necessari ulteriori chiarificazioni, sapevamo che in qualche parte, tra le righe di chissà quale libro, le nostre anime si erano incontrate, riconosciute e dichiarate amiche.<br /><br />Trascorremmo l’intero pomeriggio insieme, mi raccontò una storia come tante ma, come poche, così carica di dolore: da una relazione precedente al suo matrimonio, un figlio mai vissuto perché il rapporto con l’uomo, tanto amato e poi tanto odiato, finì. E finì con una punizione esemplare al suo essere donna e madre, finì con la sottrazione di un bimbo alla cura che solo LA madre conosce e vive all’unisono con la sua creatura in una strana commistione di bisogni e abbondanze; finì e iniziò una spietata acredine contro di lei di cui fu nutrito suo figlio per bocca del padre.<br /> <br />Non la vidi più. Era un  tramonto malinconico d’autunno quando la conobbi. La salutai alba radiosa.<br /><br />Angela Caccia<br /><br />]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110605-095806">
		<title>Smoking</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110605-095806</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/fumonottrno.jpg" width="294" height="230" border="0" alt="" /><br /><br />Sono le tre del mattino, sono a letto. Accanto a me dorme Giulia. Il sonno non viene, mi rigiro di continuo e ho paura di svegliarla. Sono troppo nervoso, l’ansia mi tormenta. È impossibile  continuare ancora, la mia vita e questa nottata. Mi alzo, vado fuori, sul balcone, a fumare una sigaretta e a sedare i pensieri. Mi muovo piano, non voglio che se ne accorga. L’abatjour invece si accende. <br /><br />- Carlo, che stai facendo?<br /><br />I capelli biondi di lei sparsi disordinatamente sul cuscino.<br /><br />- Esco sul balcone, vado a fumare una sigaretta.<br /><br />- A quest’ora? Cos’hai, perché non dormi?<br /><br />- Mi sento nervoso. Magari una sigaretta mi aiuta.<br /><br />- Fa freddo fuori, mettiti una giacca.<br /><br />- Figurati, se non me l’avessi detto tu, da solo  non c’avrei pensato!<br /><br />Le dico queste ultime parole con rabbia. Mi danno fastidio le sue premure, mi fanno sentire un bambino, o un cretino. Mi manca lo spazio. Lei rimane a guardarmi con occhi glaciali, poi mi dice:<br /><br />- Fai come vuoi, scusa tanto se mi preoccupo per te.<br /><br />Si gira nel letto e mi volge le spalle. Fa così ormai quando c’è tensione tra noi, si allontana. Come se non le interessasse o come se avesse perduto la forza o la speranza per continuare a lottare, per noi due. Nella nostra stanza fredda mi alzo e vado via, sul balcone, dove c’è aria. La città dorme piano, i lampioni accesi illuminano il silenzio. La notte è un panno pesante, vorrei che coprisse la mia angoscia ma non lo fa. Mi do il mio premio: accendo la sigaretta. Giulia, ma chi siamo ora noi? Ci siamo, ancora, noi?<br /><br />Ci siamo conosciuti all’università una volta che dovevo fare un esame. Stavo ripassando le ultime cose quando una bionda delicata mi chiese:<br /><br />- Anche tu sei d’appello?<br /><br />Vidi che tormentava le orecchie di un orsacchiotto piccolo, di peluche,  che teneva tra le mani. Volli fare lo spavaldo, le dissi quel che sapevo del prof e mi atteggiai a studente di mondo. Sembrava così insicura, una bambolina da proteggere. All’esame però  la bambola sfoderò una verve incredibile, anche io andai benone. Da quel giorno diventammo amici. Così ci innamorammo, ci laureammo e ci sposammo. I primi anni furono belli fin quando non ci accorgemmo che non venivano figli. Giulia non voleva rassegnarsi perciò  facemmo di tutto: analisi, inseminazione, fecondazione. Fu inutile anzi fu un calvario, in ogni studio medico la speranza rinasceva per affogare, dopo, in un oceano di delusione e di lacrime. Giulia soffriva più di me che pure ero deluso. Per lei la maternità divenne una sfida alla vita, voleva vincerla a qualunque costo. Io l’assecondavo ma rimanevo indietro, defilato. Un figlio mi sarebbe piaciuto ma riuscivo comunque  ad elaborarne la mancanza. Ad un certo punto lei si mise in testa di tentare un’adozione. Fu allora che la lasciai sola. Un figlio mio l’avrei amato, quello di un altro, magari bambino già cresciuto, già usato, non l’avrei accettato. Calibrai le mie forze, capii che sarebbe stato un errore e mi opposi. Lei non me l’ha mai perdonato. Ho frustrato il suo istinto di maternità ampio, a trecentosessanta gradi e ho portato l’infelicità a casa nostra.<br /><br />Aveva ragione Giulia, sul balcone fa freddo. La sigaretta si sta consumando tra le dita. Il silenzio occupa la strada fino a quando un miagolio non mi sveglia dai ricordi o dai rimpianti. Il gattino fa cadere qualcosa di pesante, un bidone, e schizza via spaventato facendo un casino enorme.<br /><br />I rapporti tra me e Giulia si sono consumati nel tempo, man mano che salivano i nervi e le liti tra noi. Ci siamo spiaggiati sulle piccole consuetudini: le bollette da pagare, i panni da stendere, i vicini noiosi. Allarmati da quel litigio continuo, isterico,  abbiamo applicato alla coppia la terapia del dialogo. Siamo entrati in quella fase dove ad ogni litigata subentravano lunghe ore passate a parlarci, a  chiarirci convinti che ci facesse male soprattutto il mutismo. Gli psicologi dicono sempre di salvare il dialogo innanzitutto per tenere in vita il filo della comunicazione. Così facemmo noi, convinti che il silenzio fosse la peste che uccide  la coppia. Solo che certe parole fanno male, feriscono, colpiscono e lasciano un sedimento di rancore che resta anche quando lo si vorrebbe  rimuovere. Ci amavamo ancora, c’era ancora la voglia di non perderci. Lottavamo uno contro l’altro ma più di tutto contro noi stessi. Come la volta che litigammo per sua madre.<br /><br />- È una rompicoglioni, deve imparare a farsi i fatti suoi. Perché non glielo dici tu che deve rimanere fuori dalla nostra vita? – le urlai.<br /><br />- No, ti da fastidio solo perché ti dice la verità, quella verità che tu non vuoi sentirti dire.<br /><br />Le guardai gli occhi. Quando c’eravamo conosciuti erano un cielo sereno, un lago placido, in quel momento li vidi gelidi, nemici, cattivi addirittura. Non si riconoscevano. Passammo il resto della sera a discutere, ad alzare la voce, ad ammettere gli errori, a chiederci scusa, a piangere, ad incazzarci di nuovo, a chiedere ancora scusa. Soprattutto le donne affogano la rabbia nel pianto e Giulia è una gran donna per questo. Ma il nostro amore era ancora disperato e vinceva. Ci ritrovammo la mattina addormentati stanchi con le mani intrecciate. Col tempo abbiamo perso, ci siamo arresi alle nostre vite staccate, per non farci altro male, per non soffrire di più. Abbiamo imparato ad ignorarci. È calato il vuoto.<br /><br />Sono solo su questo balcone. La nostra stanza è buia, tu Giulia stai dormendo o stai fingendo di farlo. Non saprai mai che ti ho tradito, che ho baciato altre labbra cercando le tue, quelle delle ragazza innamorata a cui sembravo un dio. Solo che non ti ho trovato nemmeno lì. Ora che non abbiamo neanche più la pazienza di litigare, ci stiamo perdendo, Giulia, fuori  dalla stanza che è stata nostra. La sigaretta è finita, non ho più scuse, devo rientrare in questo  buio. A fare cosa? A cercarti ancora o a lasciarmi andare via? Chi può dire quando fallisce un amore? Non c’è un termometro che dica: è vivo oppure non ha speranze. Io non lo so. Ora, ora che piango anch’io. Stanotte  torno, Giulia, nella nostra stanza, quel che farò domani lo sa solo Dio.<br /><br />Maria Gabriella De Santis]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110601-202851">
		<title>LA TERRA DEI VINCITORI - presentazione del libro -</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110601-202851</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/locautiero.jpg" width="369" height="534" border="0" alt="" />]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110528-090404">
		<title>La valigia del lettore</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110528-090404</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/la_valigia_del_lettore.jpg" width="440" height="293" border="0" alt="" /><br /><br />Progetti per il weekend: tornare a Crotone per la festa del santo patrono. Niente pullman stavolta, un amico mi raccoglie addirittura in ufficio. Appuntamento ore 18 e navigatore puntato verso l’autostrada. Ciao Roma, ci vediamo lunedì, non ti dispiacere e pensa piuttosto alla gioia della mamma, mia soprattutto e, non ultima, della cinta dei miei pantaloni. Partenza euforica - la rossa e la mora fanno a cazzotti nel retrovisore – ma sei ore di viaggio non sono poche ed io ho scarsa autonomia compresso tra il sedile e il cruscotto di una vettura. Poco male, basta minacciare ogni tanto il biondo di fare gesti sconsiderati se non mette la freccia alla prima stazione di servizio. <br /><br />I punti di sosta calabresi, pressoché anonimi, sono da evitare: già tanto trovare un cornetto o un pacco di patatine. Facciamo sosta in Campania, l’insegna <i>Autogrill</i> irrompe spavalda all’orizzonte e oscura per un attimo la luce del sole. Niente a che fare con le soste notturne dell’autobus, con quel sapore incerto del dormiveglia, quella sensazione di smarrimento di chi fino a cinque minuti prima dormiva e all’improvviso si ritrova a cercar sicurezza e calore umano tra un gratta e vinci e un cappuccino. Le pause pomeridiane, ve lo assicuro, sono tutta un’altra cosa.<br /><br />L’autogrill è pieno di gente di ogni tipo, i clienti al bancone parlano delle cose più svariate, il loro accento ricorda vagamente i popoli prossimi alla torre di Babele. Se è vero che in viaggio non conta la meta, quanto piuttosto le curiose manifestazioni del caso lungo la strada, allora le stazioni di servizio sono ricoperte da un’aura di splendore. Avvolto nella mia piccola luce, ordino un pezzo di pizza ed una lattina e mi avvicino ad uno degli sgabelli; tra un boccone e l’altro il mio passatempo è osservare con cura le persone, provare ad indovinare dai vestiti, da piccoli particolari a cosa pensano, dove sono diretti. Mi sento un po’ Serafino Gubbio Operatore intento a rubare la vita alle persone per darla in pasto alla cinepresa, un po’ David Foster Wallace in giro sulla nave da crociera, con il taccuino in mano pronto ad annotare ogni dettaglio con esasperante precisione.<br /><br />Raggiungiamo Crotone verso l’una, ma prima di casa c’è una tappa obbligata: il camioncino dei panini, uno dei tanti sparsi lungo la terra di mezzo tra la giostra e la fiera. Il ragazzo alla piastra legge nei nostri occhi fame e stanchezza e fa man bassa di cipolla, funghetti e melanzane. La scelta, l’intesa, il saluto. Tutto si risolve in un gioco di sguardi, come un cerimoniale; la fiera ci aspetta e noi non vogliamo farci aspettare. Quest’anno la magia dello straniero ha le sembianze di una spugna componibile, che “ingoia” il vetro della finestra e pulisce dall’interno i due lati. Il funzionamento è semplice, ricorda la lezione del maestro di arti marziali al giovane Karate Kid. <i>Dai la cera, togli la cera.</i> Mi viene da sorridere, oggi è la seconda volta che succede. <i>Dai la cera, togli la cera.</i> La fila in autogrill mi lascia per un istante in mezzo all’oceano, ora chiudo gli occhi e vedo il piccolo Buendia che gioca con il ghiaccio tra le bancarelle degli zingari. È il più bel regalo che un libro o un film mi possano fare: l’ebbrezza di vivere sospesi tra due dimensioni, il reale e l’immaginario; la capacità genuina e del tutto istintiva di restituire a momenti banali la gioia della metafora. Fazzoletti di vita che si aprono all’infinito.<br /><br />Federico Cerminara]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110524-004106">
		<title>L’isola in cui vivere il sogno</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110524-004106</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/copertina-ruffilli.jpg" width="210" height="320" border="0" alt="" /><br /><br />L’Italia diventa Una nel 1861. <br />Italia anno 2011, centocinquantesimo della celebrazione del Regno d’Italia; siamo in maggio, in una primavera inoltrata, ma con qualche accenno di frescura che tarda a lasciare il passo alla nuova stagione. Leggo una storia importante; mi fa saltare indietro nel tempo, al periodo poco prima della proclamazione e trovo una frase iniziale che mi prende per mano e mi conduce in questa storia: <br />“Niente di grande succede nel mondo senza passione.” <br /><br />La frase è di Ippolito Nievo, chi la riporta è un autore a noi noto, Paolo Ruffilli, col suo ultimo romanzo – dedicato alla figura dell’autore delle <i>Confessioni di un italiano</i> – intitolato <i>L’isola e il sogno</i>, edito da Fazi. Ruffilli non ha bisogno di presentazioni di prima mano, è ampiamente noto alla critica e ai lettori per la sua attività di poeta, narratore e saggista, alla quale si aggiunge quella di direttore. Diverse sono le pubblicazioni con varie case editrici come diversi i riconoscimenti letterari ottenuti, fra cui l’American Poetry Prize, il Premio Letterario Internazionale Città dell’Aquila e il Prix Européen. Per inquadrare in sintesi l’autore, basterà citare Eugenio Montale, il quale durante una trasmissione radiofonica della RAI nel 1977 disse di lui «un giovane poeta che desidero segnalare per il suo indubbio talento» e che per il futuro ci avrebbe riservato «qualche piacevole sorpresa». <br /><br />Chi si avventurerà nello splendido esito narrativo di Ruffilli, troverà densità e poesia. Se ho citato la chiave interpretativa della passione, è perché credo davvero che essa sia il filo capace di fondere in un unicum da un lato la storia biografica dello scrittore garibaldino con il resoconto romanzato di Ruffilli dall’altro. L’adesione storica alla figura letteraria è tale da far vedere e sentire tanto la passione con cui Nievo ha vissuto la sua vita inquieta quanto la passione di Ruffilli nel raccontarla. Non a caso, per citare un’affermazione dello stesso autore, destinata secondo me a diventare proverbiale, “Tutto è rigorosamente autentico, tutto è rigorosamente immaginato.” L’opera si concentra sulle ultime vicende personali del garibaldino in cui vengono catturati tratti di vita su uno sfondo siciliano assolato da un clima caldo e benefico dove spira lo scirocco e dove il colore e il sapore di Palermo prefigurano l’idea dell’isola felice. <br /><br />Il risultato è un romanzo fluido e consistente al tempo stesso, connotato da una vivacità letteraria sorprendente. Tracce di poesia sono disseminate nelle descrizioni dei momenti e dei luoghi e una luminosità della descrizione ce lo fa amare fino all’ultima pagina, tanto da farci vedere gli ambienti e le persone con gli occhi dello scrittore-patriota. È il caso di dire che il punto di vista dell’autore coincide con il punto di vista della figura principale del romanzo. Dalla lettura del libro, le caratteristiche più importanti sono rintracciabili sul piano del linguaggio e dello stile. Ruffilli adotta – rimpastandola – la lingua poetica del personaggio; vorrei precisare da subito, ciò non significa imitarne la poetica, ma trasportare nell’ambito della narrazione quel modo di ‘parlare come in poesia’ rimodellandolo in maniera fresca e nuova; il nostro autore assorbe felicemente dallo scrittore-patriota il senso della parola vivida e incalzante. <br /><br />Si avverte una cadenza, che man mano andiamo avanti, sembra incarnare un’evocazione sempre più tenace e inquieta, è cioè il passato di Nievo, le sue aspirazioni letterarie, la sua famiglia. Il mare. Sì, la cadenza armoniosa del testo richiama il movimento ondoso e tempestoso del mare che nella storia di Nievo ritorna determinante, per esempio nelle descrizioni del viaggio a bordo della nave <i>Ercole</i> sulla via del ritorno o nel precedente approdo in Sicilia per ottemperare a doveri di ufficio. È il mare che lo porta a Palermo, è il mare che lo porta via da Palermo. Considerando inoltre il piano della struttura, il romanzo, diviso in tre capitoli, è preceduto da un prologo e questo per effetto di ricreazione del momento storico e per mantenere l’andamento narrativo: il meccanismo di inserire una scena introduttiva era, al periodo di Nievo, invalso nel caratterizzare luoghi, personaggi e azioni della storia narrata. La rievocazione attuale ma con un salto temporale nella storia per catturare il momento è uno degli scopi principali del nostro caro Ruffilli.<br /><br />Cosa viviamo durante il percorso umano di Nievo? Il retroscena di un’educazione sentimentale molto forte divisa fra le figure delle donne da lui amate, fra cui Bice Melzi d’Eril e, ultima propaggine di una passione ancora più divorante, Palmira, figura che incarna nella descrizione fisiognomica i tratti dell’amore tanto ambito. Palmira come Palermo – è una felice tentazione l’allitterazione fra i due nomi – diventa per Nievo l’isola felice, nonostante gli impegni di patria lo incalzino al ritorno. <br />“E tutto palpitava lieto nell’invito”, da qui in poi a mio parere uno dei passi più descrittivi e suggestivi in cui la realizzazione di una storia sigilla l’idea anelata nel sogno. A dispetto del destino, se una storia non può durare che pochi giorni, per gli amanti ciò non importa perché l’intensità del rapporto ha saldato un legame e nella insita rivelazione del legame “Ogni cosa ha sempre il suo sapore. Ed ha la sua bellezza” – gli ricorderà spesso Palmira. Sto scrivendo sempre della stessa donna, nonostante Nievo abbia amato Bice de Melzi, con la quale il rapporto si espletava solo platonicamente e poi un’altra infatuazione con Matilde Ferrari, tuttavia meno importante. La figura di Palmira incarna la storia totale, nel senso unico e irripetibile del termine, dove non c’è posto per la morbosità e il tormento. <br /><br />Se il libro di Ruffilli è un dipinto dai colori vivi, accesi, all’interno del dipinto sono le sfumature non solo fisiche ma anche psicologiche dei personaggi capaci di prendere spazio e comunicare il vissuto.  “Non è la meta, no, che importa per davvero. Credimi, Ippolito, che conta più il percorso.” Nel fondo di questa storia, troviamo il sorriso e il fuoco ma direi pure l’umana saggezza di Palmira. Perché in effetti la meta non può dirsi tale se non esiste un percorso che la caratterizza e soprattutto più della meta conta davvero l’apprendistato esistenziale trascorso. Il percorso, quello rende più interessante e più piena la vita. <br /><br />Davide Zizza ]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110519-183105">
		<title>Quel vuoto che accomuna</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110519-183105</link>
		<description><![CDATA[ <img src="images/ATEO.jpg" width="254" height="300" border="0" alt="" /> <br /><br />Il cardinal Martini affermava nel 2007 <i>«C&#039;è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere».</i> La frase fece scalpore e, diciamolo, anche scandalo: c’era una sorta di equiparazione tra l’ateo e il cristiano e quest’ultimo non la mandava giù perché defraudato del privilegio di una fede. Eppure ho sempre creduto che, proprio il cristiano, consolidando in lui quel Dio in senso, progetto e cammino, abbia molto del vero ateo e, per alcuni versi, molto da imparare.   <br /><br />Stando alla sua <i>anamnesi</i>, nell’ateo persiste un vuoto abissale e disperante, lo stesso che il credente ha saputo e voluto colmare col pensiero di Dio. E qui, il pensiero, nella sua accezione etimologica, non ha <i>soppesato </i>Dio solo con l’intelletto, ma anche con una sorta di intelligenza emotiva, traducendo quella presenza in un «si: io credo!»<br /><br />Per quanto paradossale, le due categorie hanno quindi in comune quel vuoto: nel primo, rimane tale, col suo carico di angoscia e disperazione lucida sempre latenti che, a ben vedere, diventano vere e proprie attrezzature, stimoli e paradigmi per affrontare la vita; nel cristiano quel vuoto si fa presenza, spazio che si colma e vivifica imprimendo una precisa scansione al proprio vivere: all’ateo, insomma, mancherebbe quello scatto in più (o in meno, se il punto di visuale è ateo!) che invece avrebbe il cristiano.<br /> <br />Da queste differenze di base i vari steccati tra le due diverse forme di devozione, perché, checché se ne dica, anche il confidare in una sorta di obiettivismo scientifico tipico dell’ateo, si traduce, spesso, molto spesso, in una forma di religiosità! <br />Ma, mentre la devozione atea germina e si rafforza attraverso quel vuoto, nel cristiano, il ricordo di quell’assenza lentamente si sfuoca fino a perdere la percezione della sua tragicità. Anche le inevitabili ‘crisi di fede’ si appigliano oggi a principi e valori ora annacquati ora ridondanti e, magari, alle contraddizioni di una certa chiesa – per la quale basterebbe la citazione di Mauriac <i>«non giudicate Dio dalla balbuzie dei suoi ministri» </i>a ridimensionarne il danno – e non più a quel vuoto primordiale, eppure così importante perché costitutivo di una fede, di quello scatto, della connotazione di credente in Cristo. <br /><br />E’ nel risentire il morso di quel vuoto che si ha nuovamente l’opportunità di assaporare la propria creaturalità nella sua accezione squisitamente francescana: povertà che si fa mezzo e linguaggio per portare essenzialmente DIO. Un Dio che non ha bisogno di essere sovraccaricato, o peggio, mistificato dal proprio io e dalle sue paturnie o ambizioni; è il morso di quel vuoto che fa posto alla Grazia e restituisce <b>«le ragioni della propria speranza» (1Pt 3,15).</b><br /><br />Angela Caccia<br /><br />]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110515-060413">
		<title>Un insolito dialogo</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110515-060413</link>
		<description><![CDATA[ <img src="images/pitagora.jpg" width="401" height="359" border="0" alt="" /> <br /><br />- Pronto?.. PRONTO…<br />- Pronto?... Parlo con l’altro mondo?<br />- Cu l’atu munnu si… cu si’ tu?<br />- Vorrei parlare con Pitagora<br />- Si’ na ciagula??... e chi ci pozzu fari iu?<br />- PI-TA-GO-RA<br />- AH… PI-TA-GO-RA, Pitagora sugn’ju, cu si tu?<br />- Sono un diplomando del Donegani di Crotone<br />- CUTRONI?... Beeeeddru miu, mi spannizza ‘u cori sa pensu a Cutroni, ‘u mari e l’aria frisca, ‘u mele e lu vinellu bonu …<br />- Maestro, mi perdoni… vorrei stilare una tesina su di Lei e avrei bisogno di qualche informazione…  <br />- E poi i fimmini, chi beeeeddri fiiiiimmini ca c’eranu a Cutroni, i cju bedrri du munnu…<br />- Ha mai avuto contatti con Socrate?<br />- Soreta? Figjcè ju a sorta ‘u l’haiu mai tuccata, mancu ‘a canusciu<br />- SO-CRA-TE<br />- Aaaah SO-CRA-TE.... no, iddru è cjù giuvani ‘i mia, si trova puri cca. Ogni tanto n’affruntamu e mi dumanda ‘CONOSCI TE STESSO?’… Ma picchì – c’arrispunnu ju cume ‘na saetta – te la scriviri subba a libretta?...<br />- Maestro, è vero che i suoi discepoli dovevano osservare un silenzio di 5 anni prima di vederla, ascoltarla, onorarla<br />- Siiii… è beru, è beru… ‘u mi ci fari pinsari ca ancora mi fa mali ‘a capu…<br />- Mal di testa?... come mai?...<br />- Ca doppu cinc’anni ca stavano cittu, ci vinia na parrantina ca mi mintiva‘a tuvagjula ara capu da matina…<br />- Pare che lei abbia dato una spiegazione a tutto, dal mondo alla musica, dalle stagioni al moto degli astri rifacendosi al numero, ne era particolarmente ispirato?...<br />- Cjù ca ispirato era ‘na poca mbriacu… quannu hai fatto ‘u teorema ca m’annuma, guardava i mattunelli quatri e li vidia tunni e poi trianguli ca si intrecciavano i ‘nu latu...<br />- Secondo il suo pensiero la realtà è la contrapposizione di opposti e gli opposti si conciliano in un principio di armonia.<br />- E vua ‘a lezione mia l’ati imparata bona!! Mi dicianu ca dra sutta c’è n’armonia ca pi’ nenti vi scannati pi’ la via...<br />- In effetti non c’è molta concordia, ma sa, il periodo è particolare, la crisi è generale e poi a Crotone è tempo di elezioni comunali.<br />- AAAAAAh pi chissu ci su’ tanti facce surridenti impingiuti a li muri di li gjazzi, ranni, picculi, servi e preputenti vonu fari tutti i cumandanti??<br />- Ha ragione, Maestro, c’è un po’ di confusione quaggiù, ma se lei tornasse qui da noi a irradiare tutto con la sua armonia, le cose per certo cambierebbero.<br />- Nu poco i confusioni?... Irradiare?…. Armonia?...  Ma chi dici figjcè, a verità è ca m’ati  piatu troppu alla littira: Il motto mio era TUTTO E’ NUMERO, e vua… v’ati misu tutti a dari i numeri!<br />]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110512-060409">
		<title>Crotone - Laboratorio di lettura del 06.05.2011</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110512-060409</link>
		<description><![CDATA[Se dovessi indicare cosa mi piace di più di un laboratorio di lettura, direi «il dopo». <br /><br />I pensieri, che si affastellano nel seguire l’uno o l’altro partecipante, hanno, poi, il tempo di trovare il loro posto, di incastonarsi in un tutto che inizia a distendersi e a prendere la forma di un’opinione, raggiunta grazie alle faccettature che si sono ora aggrovigliate ora delineate, ma tutte porte con la stessa intenzione: cercare in sé un luccichio che rischiari un frammento di verità.<br /><br />In otto, tra il profumo di cornetti e frappe alla nocciola, abbiamo letto e ABBONDANTEMENTE discusso i seguenti brani:<br /><br />- da <i>C’è spazio per tutti</i> di P.Odifreddi<br />- <i>Apologo dei tre tagliatori di pietre</i> <br />]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110509-140235">
		<title>Lettera al Presidente Moro</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110509-140235</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/moroimpastato.jpg" width="464" height="348" border="0" alt="" /><br /><br />Caro Presidente Moro,<br /><br />mi chiamo Tiziana e oggi compio 33 anni. Sono nata il 9 maggio del 1978, esattamente nello stesso giorno in cui il Suo corpo senza vita fu ritrovato in una <i>Renault4</i> a Roma, in Via Caetani, a pochi metri dalle sedi nazionali della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.<br /><br />Ad ogni compleanno, puntualmente, mio nonno o mia mamma non potevano esimersi dal commentare “Ah, quel giorno… ah, povero Moro… E povera Italia”, il che non è esattamente quello che una bambina vuole sentirsi dire nel giorno della sua festa. Ormai è certo: ho trascorso più compleanni con Lei, con la sua memoria intendo, che non con i miei genitori o parenti. <br /><br />Crescendo cominciai a chiedermi, ovviamente, chi fosse stato questo Aldo Moro, con cui praticamente dividevo ogni anno le candeline sulla torta. Le prime spiegazioni le chiesi a mio padre, da sempre impegnato in politica. Papà mi parlò con rispetto del Presidente del Consiglio, del capo della DC, del fedele servitore dello Stato e dello strenuo difensore delle sue Istituzioni. Cercò anche di spiegarmi cos’erano stati le BR e gli Anni di Piombo, e lo fece con un malcelato senso di rabbia e delusione che non poteva non provare, da appassionato uomo di sinistra quale era ed è tuttora. Ma a me non bastò. Sempre più incuriosita cominciai a fare ricerche, leggere libri e vedere film; e via via nella mia testa si andava componendo un quadro a cui però mancavano ancora dei tasselli fondamentali, e intantola Sua figura diventava sempre più familiare, sempre più “di casa”. Leggendo e studiando i Suoi scritti ho potuto apprezzarLa come giurista, L’ho ritrovata ne libri di storia contemporanea e pur non condividendo gran parte delle Sue idee, ho provato profondo rispetto ed ammirazione per la Sua coerenza e onestà intellettuale. Ed infine, ho letto con commozione le lettere scritte dalla “prigione del popolo”, dove il rigore e la serietà del ragionamento politico dell’integerrimo statista si alternano alla figura dell’uomo lacerato dalla preoccupazione per la sua famiglia, per la moglie Noretta, per i figli e l’amatissimo nipotino Luca, e il credente che non cede di un passo nella sua fede cristiana e cattolica.<br /><br /><iframe width="460" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/m7-s4h0TK9c" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br /><br />La verità su quei 55 giorni di prigionia e sulla Sua morte, rimane uno dei tanti, troppi, misteri italiani che non troveranno mai una soluzione. Stato, Anti-Stato, Servizi deviati, CIA e gli <i>Americani</i>: dall’intrigo internazionale alla degenerazione del Sistema, ogni anno esce una novità che avalla o smentisce questa o quella teoria. L’unica cosa certa è che Lei è diventato, Suo malgrado, un eroe da tragedia greca, pagando con la vita il Suo attaccamento alle Istituzioni e ai principi morali, caratteristiche queste che, paradossalmente, risultavano e risultano spesso sgradite nelle sfere più alte della politica italiana.<br /><br />In una lettera all’allora segretario della DC, Benigno Zaccagnini, Lei scrisse delle parole che, rilette oggi, con tutto quello che in questi trenta e più anni è successo in Italia, risuonano come una profezia tristemente avveratasi: “<i>Si discute qui, non in astratto diritto (benché vi siano le norme sullo stato di necessità), ma sul piano dell&#039;opportunità umana e politica, se non sia possibile dare con realismo alla mia questione l&#039;unica soluzione positiva possibile, prospettando la liberazione di prigionieri di ambo le parti, attenuando la tensione nel contesto proprio di un fenomeno politico (…)Se così non sarà, l&#039;avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco</i>”.  <br /><br />Mi creda Presidente, è andata esattamente come aveva previsto, e per questo Le confesso che non è stato facile venire al mondo in un periodo come quello appena descritto (e anche vivere nell’Italia dei decenni successivi non lo è stato, non lo è per niente), ché ha segnato un punto di cesura profondo tra ciò che fino a quel momento era, e quello che poi sarebbe stato.<br /><br />Anche perché la Sua non fu l’unica tragedia che si consumò in quel lontano giorno che in una canzone dei Modena City Rambles viene ricordato come <i>l’alba dei funerali di uno Stato</i>. Infatti, mentre la Nazione veniva sconvolta dalla notizia della Sua scomparsa, a Cinisi, un paese della provincia palermitana, un altro piccolo grande eroe cadeva sotto i colpi dell’ Anti-Stato.<br /><br /><iframe width="460" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/xmGJTh3-NbI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br /><br />Si chiamava Peppino, Presidente… Peppino Impastato: un giovane che aveva deciso di contrastare il potere mafioso, in un territorio in cui questo voleva dire mettersi contro persino i propri familiari. Assieme ad altri amici aveva fondato una delle tante radio “libere” che si andavano diffondendo in quegli anni, Radio Aut, e dai microfoni di quella radio aveva cominciato a denunciare la corruzione dei politici locali, e la loro collusione con imprenditori e Cosa Nostra. Era arrivato a candidarsi alle elezioni del Consiglio Comunale di Cinisi. Ma naturalmente non ci arrivò vivo alle elezioni. Venne assassinato appunto nella notte tra l&#039;8 e il 9 maggio del 1978, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia: un altro uomo che ha pagato con la vita il suo amore per la giustizia e il suo alto senso del dovere.<br /><br />Certo, la Sua storia e quella di Peppino sono talmente diverse che potrebbe davvero sembrare assurdo compararle o accostarle. Eppure un punto di contatto, a mio parere, c’è: entrambi siete morti difendendo ciò a cui maggiormente tenevate, le vostre idee, il vostro senso di giustizia e l’amore concreto per un Stato che, nel momento in cui avrebbe potuto fare qualcosa per voi, vi ha invece abbandonati.<br /><br />Caro Presidente, in questo giorno in cui ancora una volta mi ritrovo a ricordarvi, mi piacerebbe sentirmi meno sola e più degna dell’eredità morale che Lei e Peppino Impastato avete affidato alla mia generazione. Ma questo pensiero di resa è forse il peggior torto che si possa fare alla vostra memoria. La coscienza civile di un popolo si edifica attraverso l’opera del singolo, ed è veramente un Paese civile quello in cui non servono eroi e martiri per introdurre un cambiamento, ma è sufficiente una cittadinanza attiva e consapevole, rispettosa delle regole e della legalità: fare ciascuno la nostra parte, questo è l’unico modo per non rendere vano il vostro sacrificio, per opporsi realmente a quel Sistema che vi ha voluti morti. Con questa certezza, anche oggi mi alzo e, come cantava Rino Gaetano, <i>prendo il 109 per la rivoluzione</i>, in qualche modo grata ad un destino che mi ha fatto nascere in giorno così carico di significato.<br /><br />Con affetto e stima,<br /><br />Tiziana Albanese]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110503-212248">
		<title>LABORATORIO DI LETTURA MENSILE (MAGGIO) </title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110503-212248</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/locanmag2011.jpg" width="293" height="426" border="0" alt="" />]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110430-102029">
		<title>Tu quoque, fili mi!</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110430-102029</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/cesarevergingetorix.jpg" width="512" height="321" border="0" alt="" /><br /><br />Ero iscritto da poco al liceo e facevo le prime esperienze con <i>IL</i> dizionario di latino e le versioni a casa. Alle legittime difficoltà iniziali aggiungi la <i>voglia-di-studiare-portami-via</i> del fine settimana. Così la domenica sera dopo i gol in tv, mamma mi sorprende a finire, anzi a cominciare, la traduzione per il giorno dopo. Tra uno sbadiglio e l’altro, io Vercingetorige, mi accingo a raggiungere Cesare per dichiarare la resa. Ho paura, lo ammetto. Temo che i Galli possano uccidermi per ingraziarsi i Romani.  Raggiunto l’accampamento del nemico, comincio a sudare freddo. Cesare si avvicina a me, con passo pacato; muove qualcosa nella mano destra - saranno dadi? Troppo tardi ormai per tornare indietro. Il generale esige la resa incondizionata del mio popolo, vuole la mia testa come premio. Non riesco a spiccicare parola. Interviene una donna, solo adesso mi accorgo che ha sempre camminato al mio fianco. Chiede a Cesare di avere pietà del figlio e dei suoi calzini bucati. Gli rammenta il valore della famiglia, sacro agli dei; oggi è un giorno di festa, gli propone di assaggiare la pietanza della domenica. No mamma, il polpettone no, sarà freddo a quest’ora. Cesare, che ha ascoltato con attenzione, estrae il pugnale e prima di avvicinarlo al piatto, fissa la donna negli occhi. Ma il coraggio di una madre non teme la grandezza del guerriero. Cesare assaggia il polpettone e sorride. Ne vuole ancora.<br /><br />Federico Cerminara]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110427-002043">
		<title>Crotone - Laboratorio di lettura del 18.04.2011</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110427-002043</link>
		<description><![CDATA[<b>Ogni incontro crea alla vita</b>. È questo ciò che ho imparato oggi. E me lo hanno insegnato i miei alunni al di fuori dalle mura scolastiche, delle convenzionali attività di studio e dei ruoli prestabiliti dalla società. E me lo hanno insegnato all’interno di altri confini: quelli rassicuranti ma stimolanti della letteratura, vissuta con la passione e la curiosità del laboratorio di lettura: uno strumento in grado di <b>riunire attorno a sé le differenze e di farle dialogare tra loro</b>. <br /><br /><img src="images/letturalab_ragazzi.JPG" width="473" height="300" border="0" alt="" /><br /><br />E così iniziamo a dialogare e lo facciamo nel salotto accogliente del Caffè letterario, dove giungono col loro sorriso gli studenti iscritti al <b>progetto PON <i>C’era una volta…</i></b>, organizzato all’<b>Istituto <i>Gravina</i> di Crotone</b> per promuovere la pratica della scrittura creativa e della lettura interpretativa fra i ragazzi, i quali hanno accolto con entusiasmo l’invito della scuola a sperimentarsi attraverso il racconto di sé. <br /><br />E oggi nel laboratorio di lettura, pensato per loro, dovranno ancora una volta raccontarsi attraverso <i>l’altro</i> da sé: che si concreta nella pagina di un romanzo, nei versi di una poesia, nelle strofe di una canzone. L’unico vincolo dato loro è scegliere qualcosa che li rappresenti, che aiuti noi adulti a conoscerli meglio. Sì, perché vogliamo conoscerli meglio: noi Emanuela e Maria Rita, le loro insegnanti, e Angela. Perché oggi con noi c’è Angela Caccia, la scrittrice, la presidente dell’associazione <b><i>Le Madie</i></b>, la donna attenta alle “narrazioni” che ogni incontro porta con sé. <br /><br />E le narrazioni di oggi ci parlano di amore, di amicizia, di senso del sacro. Ma soprattutto di <b>fiducia</b>, poiché se <b>ogni incontro crea alla vita, è dalla fiducia che scaturisce la relazione</b>: amorosa, amicale, religiosa. E i ragazzi hanno voglia, bisogno di “<b>fides</b>”: di potersi affidare alle persone, di scambiare con loro parole che possano essere prese sul serio, di abbracciarsi spiritualmente agli altri per trovare in loro calore. Qui lo avvertono, il calore. E lo avverto anche io provenire da loro ogni volta che allungano la loro mano per porgermi il loro brano, che allungano il loro sguardo per porgermi una domanda. <br /><br />E ce ne sono tanti di brani e di interrogativi posti e ricevuti. Ci sono Vincenzo Cardarelli, Paul Villard, un anonimo scrittore giapponese, Ligabue, Leopardi, i Led Zeppelin, Margherita Guidacci, la quale mi suggerisce un’immagine che risuona, come un’eco, nella mia mente: quella di due mani congiunte a forma di nido per accogliere l’altro, ma anche pronte a disgiungersi lentamente per lasciare che l’altro vada via, scelga il proprio destino. In quelle mani che si aprono e si chiudono con delicatezza è serbato ogni incontro: anche quello formativo con gli studenti, oggi custoditi nelle nostre mani e domani pronti ad affrontare altri cieli, altri nidi. Ma, come in un gioco di rimandi che si rinnova con i laboratori di lettura, <b>ad essere custoditi siamo tutti noi dalla letteratura, che ci prepara sempre a nuovi incontri, a nuove vite.</b><br /><br />Ci congediamo così, con questa consapevolezza. E con una speranza: che questo sia solo il primo dei laboratori di lettura che avranno come protagonisti i ragazzi: terre da far germogliare con i semi della parola.<br /><br />Emanuela Scicchitano]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110423-174427">
		<title>BUONA PASQUA!!!</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110423-174427</link>
		<description><![CDATA[<iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/M8xKQPp4VPQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe> <br /><br /><center>Vieni, Signore,<BR><BR>

spada di fuoco<BR>
fra tenebre e luce:<BR><BR>

linea fulminante<BR>
ove si consuma la notte.<BR><BR>

(David Maria Turoldo)</center><br /><br />]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110421-011648">
		<title>Crotone - Lab. di lettura IL FILO ROSSO del 16.4.2011</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110421-011648</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/filrougelab.jpg" width="400" height="300" border="0" alt="" /><br /><br />Ritorna a grande richiesta l’appuntamento periodico con il laboratorio Filo Rosso e non può che essere un momento felice: addirittura dodici i presenti, tra cui diversi amici di passaggio che rendono l’incontro davvero speciale.<br /><br />Apre le danze <b>Tiziana</b>, leggendo un paio di pagine dal romanzo <i>Ho sognato che qualcuno mi amava</i>, esordio letterario del tarantino <a href="http://buonafede.wordpress.com/" target="_blank" >Maurizio Cotrona</a>. Nella riflessione di Roberto, prendono forma i ricordi del passato, <i>il faccione da bambino di Gabriele</i> e quel senso di paura, su cui poggiava il loro rapporto. <i>Faceva paura quella paura, bisognava mandarla via</i>. L’attenzione è focalizzata sulle descrizioni degli stati d’animo, così vive da generare sensazioni d’ansia tra i lettori. <i>Quella paura che avrebbe voluto essere abbracciata, distratta, accarezzata, era insopportabile e allora erano schiaffi, pietre, sputi e Gabriele quasi non provava neanche a scansarsi, come se non fossero diretti a lui, come se non ci fosse.</i> Ed effettivamente in questa pagina Gabriele non c’è, se non nei pensieri dell’amico, ma è affascinante assistere al suo prendere forma man mano che scorrono le righe del testo.<br /><br /><img src="images/olivettielia.jpg" width="414" height="379" border="0" alt="" /><br /><br />Alla prosa, segue un momento più lirico. <b>Davide</b> suggerisce una poesia di <b>Gianni D’Elia</b>, pescata dalla raccolta <i>Congedo della vecchia Olivetti</i>. Il titolo dell’antologia ci guida per mano ad una possibile interpretazione dei versi; il poeta prova a mettere a fuoco l’affascinante alchimia maturata negli anni con il ticchettio della macchina da scrivere, chiedendosi, in cuor suo, se riuscirà la tastiera ad imprimere nei versi futuri la stessa passione. Forse è il caso di darle <i>Altre istruzioni</i>. <i>…tu pure tentalo, se puoi, come tanti, durando un poco oltre quel vento</i>. <b>Manuela</b> suggerisce una chiave di lettura dantesca: la gloria dei poeti è come quel soffio del vento, che scompiglia gli alberi, ma è destinata a durar poco.<br /><br />È il turno di <b>Federico</b>, che va a pescare tra le novità del nuovo continente: <b>Shane Jones</b>, <i>Io sono Febbraio</i>. Capita a volte che il freddo si infili dentro le ossa, fino a gelare i pensieri. La lancetta dell’orologio fatica a completare una mezza luna; stiamo sognando forse, dolcemente drogati da un torpore che non vuole finire. Sarà colpa di Febbraio, spirito misterioso che vuole privare la gente della luce del sole, dell’ebbrezza del volo. Allegorico e commovente, Shane Jones sorprende con la sua opera prima, una prosa lirica ed evocativa ed un caleidoscopio di invenzioni. Non manca la morale: resistere, ad oltranza, con la forza dei ricordi, gelosi custodi della gioia di un tempo passato .  <br /><br /><iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/_uWBZ-LuUCY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br /><br />Un romanzo, una poesia; il laboratorio di oggi sembra battere un tempo preciso. <b>Manuela</b> ci propone i versi di <b>Franco Fortini</b>, <i>La gioia avvenire</i>. La speranza di una  generazione, che vedeva forse nella guerra una possibilità di riscatto, si infrange nel tentativo di catturare il senso di una felicità sfuggente. Così l’immagine della gioia, passa dal gigantesco al minuscolo, senza mai trovare casa. <i>Potrebbe essere un fiume grandissimo… ma anche una minuscola erba per i ritorni.</i> Alcune immagini sono di grandissimo effetto - <i>Il crollo di una pigna bruciata nella fiamma.</i>-, ma lasciano alla fine in bocca un retrogusto amaro. <i>La scuola della gioia è piena di pianto e di sangue</i>.<br /><br />Tocca a <b>Gabriella</b>, con l’ultima fatica letteraria della <b>Mazzantini</b>, <i>Nessuno si salva da solo</i>. Gabri esalta la capacità della scrittrice di giocare rapidi cambi di registro e di stile. Segue uno scambio di idee con <b>Tiziana</b>, a cui forse il testo non è tanto piaciuto; ma in fondo il laboratorio è anche questo, un momento di confronto sull’espressione artistica, per mezzo delle parole. Ne usciamo sempre più ricchi, ma a pensarci l’ora è tarda e cominciamo ad aver fame. A chiudere al volo ci pensa <b>Angela</b>, con una cosetta allegra, tanto per stemperare il tono delle precedenti letture: una riflessione di <b>Borges</b>, sul rimorso e le promesse della vita non mantenute. <i>Ho commesso il peggiore dei peccati che possa commettere un uomo, non sono stato felice. […]Non mi abbandona, mi sta sempre a lato, l’ombra d’essere stato un disgraziato.</i><br /><br />Grazie infinite a <b>Rosalba</b> per la sua ospitalità, dono di cui le saremo sempre grati. Appuntamento al prossimo laboratorio, per festeggiare la gioia della lettura e della buona compagnia.]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110418-071430">
		<title>L’epifania nel quotidiano: i versi di Enrico Testa</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110418-071430</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/testacopertina.jpg" width="250" height="431" border="0" alt="" /><br /><br />La poesia è mistero e rivelazione al tempo stesso. Accade, e accade sempre, portando con sé il rinnovamento di una visione e di uno stato interiore. Per riprendere il tanto amato Jorge Luis Borges nelle sue <i>Lectures</i> del ’67 (riprese sotto il titolo <i>This craft of verse</i>, Harvard University Press, 2000), il nostro Omero argentino dice: ‘Art happens every time we read a poem’. Di fatti vi è qualcosa di misterioso nella poesia proprio perché ‘poetry is a new experience every time’; sublimando la visione in essa contenuta, questa arte rimane fissata nel veicolo linguistico, alto o quotidiano non importa, e raggiunge così quella che Wordsworth chiama nella sua Ode la cosiddetta <i>intimation of immortaility</i>, l’intuizione dell’immortalità dell’opera poetica. La poesia accade ed è dunque occasione di bellezza ogni volta che la si riscopre.<br /><br />Di recente ho avuto la fortuna di riscoprire questo mistero rivelatore e questa bellezza nei versi del poeta Enrico Testa, e in particolare nella sua ultima raccolta Pasqua di neve (Einaudi, 2008). Il nostro autore, vogliamo ricordare qualche dato importante per inquadrare la figura e il contesto, è poeta e docente di storia della lingua italiana all’Università di Genova, in precedenza ha pubblicato altre importanti raccolte di versi – ricordiamo <i>Le faticose attese</i>, <i>In controtempo</i> e <i>La sostituzione</i> – e ha curato il <i>Quaderno di traduzioni</i> di Giorgio Caproni; la sua frequentazione della letteratura inglese ha dato luogo alla traduzione e alla cura della silloge poetica di Philip Larkin, <i>Finestre alte</i> (Einaudi, 2002).<br /><br />Sulla scrivania del mio studio, per riprendere l’opera del nostro autore, c’è <i>Pasqua di neve</i>. È una raccolta particolare. Il titolo, già di per sé una sollecitazione, ci permette di intuire il percorso, un modo di vedere la realtà esterna e interiore con lucida umanità. È un passaggio (nel senso di passare oltre), un viaggio che indica un termine di cambiamento per cui una volta concluso l’attraversamento, non sei più lo stesso di prima. In poesia scrivere è un’economia della parola, ma prefigura uno scavo. La poesia è l’arte dello scavare. La lettura di questi versi rivela una sensibilità raffinata che sa osservare il mondo intorno a sé e le esperienze con una visione capace di discendere, per l’appunto scavare in profondità, levando via etichette romantiche tipiche di una poetica fatta di versificazioni troppo preziose, significati troppo alti o valori troppo altisonanti. Specifico, la poesia è sempre preziosa, ed ha sempre un significato e un valore imprescindibili, ma presso Enrico Testa la preziosità il significato e il valore in poesia vengono riportati ad una dimensione più autentica, dove l’intuizione dell’evento quotidiano viene ravvisato come occasione di conoscenza e di coscienza.<br /><br />La poesia di Testa applica una forma “senza inizio”, non ha inizio, per usare un termine noto Testa comincia i suoi versi in <i>medias res</i>, come è facilmente desumibile nei primi versi tratti dalla sezione ‘I cani di Atene’ della stessa opera, in cui esordisce dicendo che “puoi cominciare anche/senza un inizio o, al modo degli indiani/camminare cancellando/ad ogni passo il principio”; tale indizio non è solo rivelatore del suo modo di scrivere (il nostro poeta <i>non</i> inizia convenzionalmente con la lettera maiuscola, ma <i>inizia</i> come se il verso fosse stato già avviato prima, a lettera minuscola), ma intende probabilmente indicare come la poesia prenda avvio da un’origine che non è quella da cui stiamo partendo adesso, ma sia cominciata prima, da un’origine primordiale e noi, leggendo o scrivendo poesia, non facciamo altro che riprendere da metà percorso e andare avanti. E partendo da metà percorso e non dall’origine, il poeta si domanda “chi ha misurato il nostro tempo?”, questa scansione di momenti in cui siamo indaffarati a “mettere insieme una collezione per impedire che le cose scompaiano?” Il tempo non contiene la misura di due lancette, ma è l’attesa di qualcosa. Un’attesa faticosa. <br /><br />In questo andare avanti nella nostra esistenza, i nostri giorni si legano ad una serie di cose: i giorni producono memoria, e in essa sono presenti le esperienze che si sono rivelate significative per la nostra maturazione personale e le persone amate la cui perdita non si risana a distanza di tempo. La caparra di questo vivere è la sofferenza. Ma se è vero che non è sempre utile sapere quanto le sofferenze rappresentino le “misure della perdita”, è pur vero che il ricordo di qualcuno o qualcuna scende “come un rasoio ad accarezzare la schiena” perché i ricordi “pesano nella stanza iridescente dell’insonnia”, e formano un passato fatto in forma di mosaico che viene distrutto “per ricomporre poi con le medesime tessere una figura nuova e – mio dio! – del tutto diversa”<br />Gli eventi vissuti nel quotidiano vengono avvertiti come occasioni per catturare l’attimo, per contestualizzarlo in un’immagine necessaria “per sentire,/pungente e netta/la grisaglia del mondo/che sbianca o risalta”.<br /><br />L’attimo pertanto vuole comunicarci qualcosa, all’umanità sta di riconoscerne i segni. Il poeta nella visione del quotidiano cattura il fuggevole nella suggestività di un’atmosfera essenziale ma eloquente, per cui ciò che siamo abituati a chiamare ricchezza del passato è in realtà “il culto delle fonti e delle braci”, quanto contraddistingue i nostri rituali di vita si rivela “un’eredità di desideri manie e mestieri”, la stessa metafora della vita come giardino si rivela come “una vegetazione da cisterna.”<br />Il segno è il senso della ricerca poetica di Enrico Testa. Nella parola si condensa una volontà di scoprire, per cui l’indizio disvelante si conclude con un’epifania rivelatrice ma non in senso assoluto perché “Pasqua è ora la stagnola,/scolorita e polverosa,/delle uova appesa/ai rami dei ciliegi”<br /><br />Enrico Testa dimostra come i temi della vita – l’amore, la morte, il ricordo, l’infanzia, la tristezza, la perdita, la contemplazione dell’esistenza – sono gli stessi temi che prima di lui hanno sviluppato altri autori, visti però da un lato antieloquente, per dirla con Montale, e tuttavia non per questo perdono il senso della verità che esprimono. <br /><i>Pasqua di neve</i>, nelle sue molteplici voci o nelle sue molteplici epifanie di voci, sembrerebbe davvero non lasciare scampo o possibilità di riscatto alla condizione umana. Eppure, anche se la parola speranza non viene citata nel libro, nell’approssimarsi dell’indizio rivelatore, una volta definito l’evento, l’autore non sigilla il testo poetico, non mette il punto e lascia la questione aperta, sospesa, quasi a volersi interrompere perché siano altri ad aggiungere e concludere il discorso. Questa speranza viene data non dalla parola, ma dal non mettere il punto. Perché se è vero che “puoi cominciare anche/senza un inizio” è altrettanto vero che puoi “finire senza chiudere”. <br /><br />Davide Zizza]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110413-004214">
		<title>Margherita</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110413-004214</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/margheritagabri.jpg" width="485" height="342" border="0" alt="" /><br /><br />Margherita aveva sedici anni,  capelli biondi che in morbide onde le scendevano sulle spalle. Una figura che non passava inosservata, alta e prosperosa, una giovinezza bella che le schizzava fuori dai poveri vestitini consumati. Nel 1945 la guerra stava finendo anche in Calabria, nell’angolo più misero di un Italia umiliata, divisa e povera più che mai. Non aveva madre, non aveva padre, una trovatella che era stata adottata da una famiglia del paesino in cui abitava. La madre naturale l’aveva abbandonata in un brefotrofio, uno di quegli  orribili asili che accoglievano i bambini che non dovevano nascere, quelli frutto di chissà quali colpe. <br /><br />Quando aveva sei anni, in quel collegio era venuta una bella signora elegante accompagnata dal marito carabiniere che aveva osservato tutte le bimbe ospitate e alla fine aveva scelto proprio lei come figlia da portare a casa. O almeno questo era ciò che la bella signora aveva dichiarato alle suore che avevano in custodia le bimbe. Era cosa frequente, in quei tempi selvaggi, che queste bambine venissero ufficialmente “adottate” da famiglie che dichiaravano di voler dare loro affetto. In realtà poi offrivano loro soltanto un tetto e un po’ di cibo, in cambio le facevano lavorare in casa o nei campi come serve. Nessuno andava a controllare come fossero  trattate queste “orfanelle” nelle famiglie adottive e queste ne facevano tutto quel che volevano. Margherita non era mai andata a scuola, non aveva avuto neanche le scarpe. La bella signora col marito carabiniere l’aveva portata a casa della madre anziana e lì l’aveva lasciata a fare la serva  che si poteva comandare a bacchetta e non costava quasi nulla. <br /><br />Ma la bella signora non provava rimorso per tutto questo, nella morale crudele di allora, aveva quasi compiuto un atto d’umanità a dare un tetto a una bastarda, una “mula” come si chiamavano da quelle parti. E Margherita aveva trascorso la sua fanciullezza senza giochi, tra i campi e le capre. Quando aveva avuto ”a russaina” cioè l’esantema dei bambini la vecchia l’aveva mandata lo stesso in campagna, nonostante la febbre. Erano tempi feroci per tutti , e soprattutto per quella carne che non aveva una radice, un nome. O meglio il nome l’aveva, era il suo marchio d’infamia: mula. Però Margherita era cresciuta lo stesso, perché la natura aveva voluto così: come un albero, un animale, un  qualunque essere vivente. A scuola no, ma in Chiesa  andava quando poteva, per trovare quella Madre del Cielo che essendo madre di tutti era anche madre sua. Si dice che  Qualcuno è morto in Croce proprio per gli ultimi come Margherita e gli ultimi lo sanno. <br /><br />La giovinezza non si può negare e Margherita era cresciuta e fatta bella, molto più bella di tante signorine educate in casa. Gli anni della guerra erano stati anni terribili di fame e pidocchi per tutti, anche per i ricchi, anche per la bella signora. I migliori giovani del paese erano partiti per andare a combattere e avevano perso la loro giovinezza così, per sempre, quando avevano avuto la fortuna di salvarsi la vita. In quella casa bazzicava un giovane nipote della padrona che era l’unico dei maschi a non essere partito per la mattanza. Giovane snello e intellettuale, studiava e voleva fare l’avvocato. Rosario era il suo nome. La bellezza di Margherita si donava agli sguardi, impossibile non notarla. Un giorno l’aveva chiamata. <br /><br />Margherita era scappata perché selvaggia era ma onesta, sapeva che spesso gli uomini vogliono qualcosa che non è proprio amore. E poi nascono i guai come lei. Rosario la cercava, la inseguiva. Se lui era di sotto lei scappava su, se lui saliva lei trovava una scusa per scendere. Rosario era giovane, portava gli occhiali perché leggeva molto ma aveva gli occhi per vedere ciò che era nascosto ai vecchi, rinsecchiti nei pregiudizi. Vide che Margherita era bella nell’anima oltre che nel corpo, che poteva essere ignorante,rozza, selvaggia ma era una signora nel cuore. Una donna che voleva rispetto, che non si dava per niente,una donna di cui si innamorò. Una sera lei  finalmente rispose alla sua chiamata, quella fu una notte d’amore.<br />La famiglia di lui si inviperì, l’ultima delle”mule” aveva stregato il loro bel principino. Che disgrazia, che disgrazia per  Don Peppino, padre di Rosario e fratello della bella signora, che veniva da una famiglia placidamente borghese da diverse generazioni! Quella famiglia da tanti anni aveva il “Don”, segno di distinzione di classe, che non si confondeva col popolo, figurarsi se poteva mischiarsi con l’ultima degli ultimi, con una che non aveva neanche le scarpe. Una Domenica, finita la Messa, Rosario si sentì chiamare in sagrestia  dal Parroco Don Giacinto, grande amico della sua famiglia.<br /><br />«Scusate Don Rosario ma vi volevo dire…insomma un bel ragazzo come voi, di buona famiglia, che vuol fare l’avvocato… incapricciarsi così di una ragazza senza istruzione, un’ignorantona che non sa scrivere neanche la sua firma. Pensate alla famiglia da cui venite, Don Rosario, al dolore dei vostri genitori. Pensateci, lo dico per voi, per il vostro bene ».<br />Rosario, che nei suoi libri aveva trovato strane idee socialiste, rispose.<br />«Mi meraviglio molto del fatto che proprio un uomo di Chiesa come voi mi faccia un ragionamento del genere. Non siete voi che predicate che gli uomini sono tutti uguali davanti a Dio? Ma voi avete mai vissuto l’amore? Il desiderio, la passione. Io voglio viverlo da buon cristiano, Don Calogero, sposando  davanti a Dio Margherita, che è la donna che mi piace».<br /><br />A Don Calogero non rimase altro da fare che lasciare cadere il discorso e far finta di non avere sentito. La famiglia di Rosario cominciò a maltrattare più che poteva la povera Margherita. Già prima non era mai stata trattata bene ma dopo non ne ebbero pietà. E iniziarono anche a fare grosse pressioni sul ragazzo, che ci ripensasse, che poteva avere le migliori ragazze del paese, che c’era troppa distanza tra lui e Margherita. Rosario rispondeva che le voleva bene sul serio, che la ragazza era intelligente, che l’avrebbe aiutata ad imparare a leggere e a scrivere. Non gli importava che fosse  considerata una cafona, in lei vedeva un cuore onesto  e tanta dedizione. Era giovane e poteva educarla. Una sera ci fu una specie di conciliabolo di famiglia. In una stanza al primo piano c’erano Rosario, il padre e la nonna di Rosario, l’anziana  a cui Margherita faceva da serva. La ragazza fu lasciata in disparte, sola, al piano di sotto. Don Peppino era seduto dietro una scrivania, la madre su una poltrona vicino al camino acceso e Rosario, agitatissimo, camminava su e giù per la stanza.<br /><br />«Te lo ripeto: questa ragazza non mi piace proprio. Troppo ignorante e senza educazione. E poi non ha una lira di dote. Come la mettiamo  coi soldi? Quando tu diventerai un avvocato e sarai agli inizi, ti serviranno i soldi di una bella dote per aprirti uno studio».<br />« I soldi, i soldi, ecco il vero problema per voi, papà. L’avete detto, finalmente. Margherita non ha la dote, ecco che cosa non vi piace in lei ».<br />«Non sono solo i soldi e tu lo sai. Margherita è sì una gran bella ragazza ma un ragazzo come te, che vuol fare carriera, ha bisogno di un aiuto all’inizio per aprire uno studio. Non si campa di solo amore, ci vogliono altre cose per vivere bene. E tu come farai? Se la sposi lo sai che io non ti darò una lira».<br />«Me l’avete detto tantissime volte che se la sposo non mi darete un soldo. Ma lo volete capire che non me ne importa niente? Io le voglio bene, è lei che voglio sposare. Se non ci volete aiutare non fa niente, soffriremo all’inizio ma poi ce la faremo».<br /><br />La nonna di Rosario, la matriarca della famiglia, volle intervenire. Aveva un gran rabbia, avrebbe voluto gridare ma scelse di controllarsi e di prendere il nipote “colle buone”.<br />« Rosariù, lo sai che ci stanno tante brave ragazze che hanno perso la testa per te. Sono belle, sono serie, sono educate, che te ne fai  di una cafona come lei?».<br />Don Peppino, con voce conciliante, aggiunse.<br />« Capisco che Margherita ti piace, onestamente è una gran bella ragazza. Ma perché non ci passi il tuo tempo un po’ con lei? Divertiti, è una ragazza che fa sangue. Belle tette, bel culo e a te piacciono le belle ragazze. La giovane da sposare la sceglierai dopo, quando ti sarai laureato ed avrai mille possibilità anche fuori da questo paese,magari  una di città se  quelle ti piacciono di più ».<br />« Papà, ma proprio voi  mi dite di fare il vigliacco con lei? Voi, che vi siete sempre mostrato  a tutta la famiglia come un esempio di serietà? Che parlate tanto di moralità?Ora io cosa dovrei fare secondo voi? Prendere in giro questa ragazza? E perché? Perché è povera?».<br /><br />«Non ti permetto di dirmi queste cose. Se io parlo,lo faccio per il tuo bene. Sono un padre e conosco la vita meglio di te che ancora non ne sai niente. Vedi Rosario, io sto avendo pazienza in tutta questa  faccenda. Sto cercando di farti ragionare con le buone, non costringermi a diventare cattivo».<br />«E cosa mi volete dire? Che mi buttate fuori di casa? Ma io me ne strafrego dei vostri soldi! A questo prezzo, non li voglio ».<br />Di furia il  padre si alzò e si  avventò contro il figlio, i due uomini si trovarono uno di fronte all’altro.<br />«Ti darei lo schiaffone che meriti perché parli a me, tuo padre,in questa maniera. Sì, va bene, l’hai voluto tu. Se sposi quella ragazza non ti darò niente. Non avrai niente da me, da tuo padre. Io non ti conosco più come figlio ».<br />La nonna ebbe paura che veramente potessero arrivare a mettersi le mani addosso e corse ad interporsi tra loro.<br />« Disgrazia, disgrazia! Per quella  sciacquetta si stavano menando padre e figlio!».<br />In quel momento si fece un silenzio surreale nella stanza e si sentii come un fruscio, un rumore indistinto provenire dal corridoio. Nessuno dei tre ci fece  particolarmente caso. Rosario ne approfittò per uscire.<br /><br />«Vado fuori a respirare» disse. Rimasero la madre e il figlio, in quella casa, a rimuginare la loro rabbia. L’indomani  la  vecchia  chiamò Margherita e questa non rispose. Allora la cercò nella sua stanza ma trovò il letto intatto come se nessuno ci avesse dormito. Gridò il suo nome dappertutto e, non trovandola, avvisò il figlio e il nipote. La cercarono ovunque, poi tutto il paese si mobilitò per cercare Margherita, per cercare la trovatella. Chiamarono il suo nome nei campi, nei porcili diroccati, nelle “pastillere”perse per tutte quelle aspre montagne. Nessuna voce rispose mai a quel nome. Col tempo tutti si rassegnarono,tornarono nelle loro case, al loro quotidiano lavoro. La ragazza non c’era più, forse era partita, forse era morta chissà dove. Chissà perché era scappata in quella maniera,senza lasciare una parola.<br /><br />Solo  Rosario rimase, nel vento, a straziare quel nome: Margherita.<br /><br />Maria Gabriella De Santis]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110409-024525">
		<title>Report laboratorio di lettura del 01.04.2011 al Caffè Letterario</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110409-024525</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/labletturaapriledav.jpg" width="507" height="319" border="0" alt="" /><br /><br />La poesia inizia e non finisce. Oppure è un camminare sempre in avanti, cancellando il principio, come fanno gli indiani? La poesia suggerisce ma non rivela un senso assoluto, sospende il giudizio lasciando agli altri di completare il resto. Ecco, la poesia non mette il punto a fine verso e lascia al lettore il compito o l’atto di sigillare la parola, riempiendola con un senso proprio; la poesia quindi mostra ma non dice. Allo stesso modo i versi di Enrico Testa (<i>Arcadia</i>, tratta dalla raccolta <i>Pasqua di neve</i>) hanno evocato, fra i lettori presenti, immagini e suggestioni diverse ma complementari fra loro; di qui la lezione che la poesia è un viaggio che modella il significato così come duranti i secoli le colline di una campagna vengono levigate dal “rullante tornio” del vento. Se è vero, per dirla con Shakespeare, che l’amore guarda non con gli occhi ma col cuore, la poesia vede con l’anima. <br /><br />Andando avanti scopriamo come la parola letteraria non ha solo un potere poetico, ma anche <i>caratterizzante</i> capace cioè di dipingere, con sagace ironia, figure che nel tempo hanno contribuito ad una causa importante, come la contessa di Castiglione Virginia Oldoini (cugina del noto Cavour) la cui arte <i>suasoria</i> ha aperto la strada verso l’unità d’Italia. Di questo resoconto ci informa un estratto storico tratto dal libro <i>Donne di cuori</i> di Bruno Vespa. E quindi sarebbe vero quanto disse il caro Verga, e cioè che “<i>Munnu è e munnu rimani</i>”? Può darsi perché di fatti il tempo cambia i momenti storici e personali ma l’essere umano rimane lo stesso. <br /><br />E il tempo ripropone anche frammenti di vita quotidiana, le vicende familiari e i contrasti generazionali, come il difficile rapporto padre-figlio che ritroviamo in una lettera tratta dal libro di Fabio Volo, <i>Un posto nel mondo</i>, per cui l’insofferenza di un mancato rapporto col padre si traduce nella morbosità di un’esperienza dolorosa non superata. L’analogia evocata con la <i>Lettera al padre</i> di Franz Kafka aiuta a mettere in luce il fatto che un padre diviene presenza assente nella vita familiare e in particolare in quella dei figli, vuoi perché il lavoro di un padre assorbe le energie, vuoi che c’è difficoltà ad esternare i sentimenti da entrambe le parti. Come dire che è difficile essere genitori, come è anche difficile essere figli. <br /><br />Il laboratorio si conclude con un testo tratto da <i>I dolori del giovane Werther</i>, dove la ricerca della felicità si divide fra due poli e pone la domanda: chi è più felice, coloro che si accontentano metaforicamente di coltivare il proprio giardino e quindi ponendosi un recinto che non osano oltrepassare o quelli che ambiziosi di sapere e bramosi di vita corrono il rischio di una sofferenza che restituisca loro una forma di libertà? Ovviamente non abbiamo la pretesa di dare una risposta, per cui concludiamo il nostro report lasciando la questione aperta. <br />Proprio come una poesia dove manca il punto. <br /><br />Davide Zizza]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110406-003632">
		<title>Isadora Duncan</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110406-003632</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/isonora0.jpg" width="461" height="260" border="0" alt="" /><br /><br />Isadora Duncan rappresenta una delle madri della danza moderna americana ma grazie ai testi che ci ha lasciato si rivela donna di scrittura, libera intellettuale e violentemente anticonvenzionale, ma anche madre tenera ed amante appassionata. Nasce il 27 maggio del 1878 a San Francisco da madre irlandese e padre scozzese, vive una vita avventurosa e tragica. Costretta da gravi ristrettezze economiche, abbandonata dal marito, la madre da lezioni di pianoforte, educando i figli alla più completa libertà ed indipendenza. Isadora Duncan cresce in un ambiente familiare impregnato di acuta sensibilità artistica ricevendo così una formazione improntata all&#039;amore per la libertà e per la natura tipico dello spirito di frontiera americano. <br /><br />Decisa a calcare il palcoscenico, rifiuta l&#039;estetica del balletto accademico e dedica la sua vita ad elaborare una nuova, personale forma di danza classica, dove il termine classica è da intendere come ellenica, ispirata cioè all&#039;antica Grecia. La danza di Isadora rivela i sentimenti più intimi dell&#039;animo in modo istintivo ed autentico esprimendo uno stato naturale dell&#039;uomo, tendere cioè verso la liberazione spirituale e corporea: l&#039;<i>eleuteron greco</i>. La sua riforma è drastica e completa: via il tutù, le scarpette di raso, la calzamaglia, tutto è finalizzato alla maggiore naturalezza e libertà del corpo, dei movimenti. La danza è a piedi nudi, con semplici tuniche di velo drappeggiato. Niente più elementi costrittivi ma il corpo vibra nell&#039;aria come le onde del mare si increspano nel vento.<br /><br />In opposizione perciò al balletto tradizionale, giudicato da lei oppressivo della fisiologia, crea la &quot;danza naturale&quot; basata su pochi movimenti naturali, caratterizzata da gesti di trasparente simbolismo e ispirata ai bassorilievi ed alle pitture vascolari del British Museum. Si dedica allo studio dei tragici greci e di Platone e studia i miti greci, le posizioni e i movimenti delle figure dipinte e scolpite, si interessa all&#039;influsso dell&#039;arte greca sulla musica, la pittura, la danza. Prende corpo in lei l&#039;utopia di un&#039;umanità danzante libera dai condizionamenti sociali, l&#039;idea della danza come spontanea oggettivazione dei sentimenti interiori in movimenti che si susseguono generandosi l&#039;uno dall&#039;altro come le onde del mare. Tutto questo è stato fondamentale per la nascita della futura modern dance americana.<br /><br /><img src="images/isonora1.jpg" width="460" height="276" border="0" alt="" /><br /><br />Ha una vita avventurosa e viaggia moltissimo vivendo a Londra, New York, Parigi e Firenze dove  riesce sempre ad inserirsi nei circoli mondani ed intellettuali, frequentando importantissimi personaggi che influenzeranno la sua arte come Eleonora Duse e Gabriele d&#039;Annunzio. Nel 1904 parte col fratello per un lungo viaggio in Grecia e lì fonda la sua prima scuola. Al suo rientro a Berlino porterà con se le sue allieve. Nasce in questi anni la sua passione per Nietzsche. Al 1905 risale il primo viaggio in Russia. A Pietroburgo assiste al funerale delle vittime della rivolta operaia e decide di consacrare la propria arte al servizio degli oppressi. Danza con successo a Mosca. La convinzione profonda che la grande scuola imperiale di balletto si fondi sulla negazione di ogni spontaneità non ostacola il rapporto di ammirazione tra lei e le maggiori esponenti della tradizione classica russa come Anna Pavlova. <br /><br />A Mosca rimane affascinata da K. Stanislavskij e dal suo teatro. Di ritorno a Berlino incontra lo scenografo Gordon Craig , figlio del suo idolo Ellen Terry, Isadora vede nella sua arte la realizzazione ideale delle proprie idee teatrali, inizia con lui una relazione, pur tenendo fede al proposito di non sposarsi per non perdere la propria indipendenza, dalla relazione nascerà la primogenita Deirdre. Nel 1909 si trasferisce a Parigi e incontra l&#039;industriale Paris Singer che la sostiene finanziariamente per l&#039;apertura di una scuola e dal quale ha un secondo figlio.<br /><br />Nel 1913 di rientro da una tournée dalla Russia, l&#039;automobile nella quale si trovavano i suoi due bambini precipita nella Senna, perderà entrambi i figli, Isadora Duncan tuttavia ritrova comunque la forza di ritornare alla vita ed alla danza. Nel 1921, dietro invito di Lenin,raggiunge Mosca dove riceve dal governo sovietico l&#039;incarico di impiantarvi una scuola. Infiammata dalla passione rivoluzionaria, convinta di poter realizzare a Mosca la danza del futuro per una umanità nuova, danza per le masse, insegna ai figli degli operai. Nel 1922 rompendo il giovane giuramento di non impegnarsi, sposa il poeta Sergèj Esènin che le dedica alcune poesie. <br /><br />“<i>Si è sollevato un incendio azzurro,<br />le lontananze natie offuscando.<br />Ho cantato d&#039;amore, ho rinunciato<br />a far scandali: per la prima volta.<br />Non ero che un giardino abbandonato,<br />ero avido di alcol e di donne.<br />Non amo più bere, ballare e perdere<br />la mia vita, senza voltarmi indietro.<br />Vorrei solo guardarti, contemplando<br />l&#039;oro castano abisso dei tuoi occhi<br />e,rinnegando il passato, far si<br />che con un altro tu non te ne vada.<br />Dolce andatura ed elegante vita:<br />tu, dal cuore inflessibile, sapessi<br />come è capace un teppista d&#039;amare,<br />come è capace d&#039;esser sottomesso.<br />Le bettole per sempre scorderei,<br />smettendo anche di scrivere versi:<br />soltanto per sfiorare la tua mano<br />e come un fiore autunnale i capelli.<br />E vorrei sempre seguirti da presso,<br />sia in patria che in paesi forestieri...<br />Ho cantato d&#039;amore e ho rinunziato<br />a far scandali: per la prima volta”</i><br /> <br />La loro relazione è molto intensa ma il matrimonio dura poco, al termine di una tournèe in America i due si separano. Il legame con Esenin le procurò difficoltà enormi da parte delle autorità americane, sia per le simpatie filosovietiche dei coniugi sia per il comportamento del marito, alcolista e bisessuale, Esenin morirà suicida.<br /><br /><img src="images/isonora2.jpg" width="378" height="339" border="0" alt="" /><br /><br />Il 14 Settembre 1927 Isadora Dunchan muore a Nizza, strangolata da una lunga sciarpa che portava al collo impigliatasi nelle ruote della sua Bugatti: morte drammaticamente scenica, ultimo atto di una vita in prima fila vissuta &quot;senza limiti&quot;.<br /><br />Verrà pubblicato postumo il suo libro autobiografico <i>La mia vita</i>. In esso Isadora racconta se stessa, le sue passioni, il suo genio, i legami creativi con gli ambienti intellettuali europei, i suoi amori: E.Craig, P.Singer, la sua amicizia con Rodin, D&#039;annunzio ed Eleonora Duse, rapporti che si snodano, in bilico tra realtà e leggenda, sulla fitta trama di una vita vissuta in un viaggiare continuo, sino all&#039;avventura nella Russia rivoluzionaria ed al suo ultimo, lacerante amore per S. Esenin.<br /><br />Giovanna Alma Ripolo]]></description>
	</item>
	<item rdf:about="http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110402-093358">
		<title>Corrispondenze</title>
		<link>http://www.lemadie.it/index.php?entry=entry110402-093358</link>
		<description><![CDATA[<img src="images/baudavid.jpg" width="500" height="319" border="0" alt="" /><br /><br />Vi proponiamo una poesia di <b>Charles Baudelaire</b>, accompagnata dalla traduzione di <b>Davide Zizza</b>. Buona lettura.<br /><br /><i>Corrispondenze</i><br /><br />La Natura è un tempio in cui vivi pilastri<br />talvolta sussurrano offuscate parole;<br />l&#039;uomo vi passa attraverso foreste di simboli<br />che l&#039;osservano con occhi familiari.<br />Come lunghi echi che da lontano si confondono<br />in una tenebrosa e profonda unità,<br />vasta come la notte e la luce,<br />i profumi i colori e i suoni si rispondono.<br />Vi sono profumi freschi come carni di infanti,<br />dolci come l&#039;oboe, verdi come le praterie,<br />– ed altri, corrotti ricchi e trionfanti,<br />che si espandono come cose infinite,<br />l&#039;ambra il muschio il benzoino e l&#039;incenso,<br />che cantano l&#039;estasi dello spirito e dei sensi. <br /><br /><br /><i>Correspondences</i><br /><br />La Nature est un temple où de vivants piliers<br />Laissent parfois sortir de confuses paroles;<br />L&#039;homme y passe à travers des forêts de symboles<br />Qui l&#039;observent avec des regards familiars.<br /><br />Comme de long échos qui de loin se confondent<br />Dans une ténébreuse et profonde unité,<br />Vaste comme la nuit et comme la clarté,<br />Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.<br /><br />Il est des parfums frais comme des chairs d&#039;enfants,<br />Doux comme del hautbois, verts comme les prairies,<br />- Et d&#039;autres, corrompus, riches et triomphants,<br /><br />Ayant l&#039;expansion des choses infinies,<br />Comme l&#039;ambre, le musc, le benjoin et l&#039;encens,<br />Qui chantent les transports de l&#039;esprit et des sens.<br />]]></description>
	</item>
</rdf:RDF>


