Perchè BOMBACARTA 

Giorno 4 gennaio 2007: “Eureka ! …”. E’ scritto sulla mia agendina. Ci sono date che assurgono a pietre miliari , soprattutto quando hanno la forza di decriptare il sospeso di un evento passato o di un cammino già intrapreso. E così è stato. Cinque persone, una piccola delegazione de Le Madie, siamo andate a Cosenza, nella casa dei suoceri di Andrea Monda, uno dei pilastri di Bombacarta. L’aria di festa era più che comprensibile ma quella amichevole ha intrigato da subito. Io e gli altri ci siamo tuffati dentro, a capofitto. Ci trovavamo là per affrontare con Andrea alcuni temi /problemi/prospettive della nostra associazione. Pazientemente attendevo. No, non è vero. Mi auguravo che al più presto ognuno assumesse un’espressione meno estasiata, più idonea ad un parlare serio.

Andrea, il magaccio, comincia a porre domande, interrompe risposte, evidenzia, restituisce la parola che ora si enfatizza ora diventa seriosa, ora si scioglie in risata (avverte - e anch’io - l’ectoplasma di Antonio Spadaro , capo di BC, che aleggia nella stanza !). E noi cinque lì, convinti di esser ancora nella fase “convenevoli”, rivestivamo in pieno il ruolo di testimonial. L'attenzione era rivolta non tanto al laboratorio di lettura, non al gruppo che cresceva all’interno di questi, nemmeno alle motivazioni che legavano la nostra Associazione a Bombacarta, ma a quel piccolo grande grumo di entusiasmo che ci portiamo dentro da quando questa magia è iniziata.

E’ buffo come alcune domande degli amici cosentini ci abbiano porto un chiarimento inaspettato. Anzi, a dirla tutta, hanno consolidato quello che, per me almeno, era un pensiero sospeso, da tempo. Alle domande perché bombacarta, perché strutturare quel tipo di gruppo, perché continuare, e dove andare a parare, un’unica e sola risposta : perché no ? La risposta, palese nei nostri cinque volti, era poco comprensibile a chi non aveva vissuto l'esperienza dei laboratori.
Come intenderci ?

Ciò che ci lega a Bombacarta e alla sua struttura è, in fondo, un’incognita. Forse il fascino della soglia: non sei abbastanza dentro una realtà associativa che ti impone un suo grembiulino a cui prestare eterna fedeltà e obbedienza; non ne sei abbastanza fuori per non sentire una comunanza di valori e soprattutto di umanità. Un’umanità strana, connotata dalla diversità eppure legata da un fil rouge . Attraverso la struttura di laboratori tu la ricerchi, la insegui, l’acquisti e la perdi, la recuperi e la smarrisci, ti pesa, ti allieva, ti ingombra, ma soprattutto …ti accomuna.

Alla fine di un laboratorio è nitida la sensazione di aver camminato solo ed esclusivamente in te, ma ad ogni passo avvertivi compagnia. Insomma, tutto ha il gusto di un bel gioco: non è sporcato dal denaro, è di gruppo, e le baruffe e le risate fanno parte del divertimento. E, come tutti i giochi che si rispettino, cadenzano una crescita. Silenziosa. Inattesa.

Alla fine di ogni laboratorio, dopo aver stabilito date, orari, programmi, dopo aver raccolto tutto, salutato tutti e infilato i cappotti, c’è sempre il solito che, affannato, torna indietro a chiedere “…quand’è il prossimo ? “ ed è allora che sento forte la voce di una felicità bambina.

Angela Caccia

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